Biografico

MAN ON THE MOON

Titolo OriginaleMan on the Moon
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1999
Durata118'
Musiche

TRAMA

Vita e morte di Andy Kaufman, showman.

RECENSIONI

Arte come strumento realizzatore dell'immortalità, un'ipotesi vecchia come il mondo, eppure "man on the moon" sembra definitivamente collocare entro queste coordinate il cinema di Milos Forman, un cinema che forse si rivela sulle note di "I will survive" che accompagnano la voce sporca, inascoltabile, di un morto che parla, anzi che canta, negli ultimi minuti del film, dopo che abbiamo visto Kaufman steso dentro a una bara, calvo, bianco, i polmoni devastati dal cancro. Eppure lo ritroviamo a cantare "I will survive", in un estremo tentativo di estrema messinscena, la morte, lo scherzo mal riuscito, il corpo che muore e che ricompare in quella forma "altra" che è Tony Clifton (cantante da night club "eccessivo" che Andy imita fino al confine con la schizofrenia) metamorfosi, alter ego se preferite, una delle schegge che feriscono il pubblico nella deflagrazione che frantuma Kaufman, lo scoppio che lo dissemina e lo rende impercettibile, ogni volta diverso e ogni volta altrove, sempre e comunque.
"Man on the moon" è la parabola di uno showman che avrebbe volentieri fatto a meno dello show-business, che ha anzi lottato per modificarlo a suo piacimento… non è un caso che Forman collochi il Kaufman bambino, in una delle prime sequenze, contro a un muro, un muro dal quale viene strappato per essere lanciato in pasto al pubblico, quel "secondo incomodo" che ne susciterà l'ira incontenibile, il pubblico dalle reazioni mancate e dalle richieste fastidiose, il pubblico che vorrebbe Kaufman incatenato ai clichè che lo hanno reso celebre, snaturando e falsando il genio dada di un artista incontenibile. Kaufman confonde, strabilia, latita in silenzi imbarazzanti che sublimano la grandezza di Jim Carrey, infonde insicurezze, scatena risse, finge e finge di fingere… sorprende. Sempre.
Il grande, enorme, merito di Forman e dei suoi sceneggiatori è stato quello di dare vita a un'opera profondamente e assolutamente "kaufmaniana", rompendo ogni convenzione fin dalle prime battute (i titoli di testa valgono più di qualsiasi dichiarazione d'intenti), immergendosi nell'opera di Kaufman e forse addirittura proseguendola in un film che gronda amore e ammirazione, infinito rispetto per un uomo dirompente e geniale nella sua folle e spirituale lucidità. Diventa persino difficile capire dove finisce il lavoro di Forman e dove inizia quello di Carrey (immenso), nella cui interpretazione si percepisce una vera ambizione "artistica", ovvero l'andare oltre la semplice mimesi per dare vita a una vera messa in scena del personaggio, non è Jim Carrey che si traveste da Andy Kaufman ma è Andy Kaufman che rivive attraverso Jim Carrey.
Situazione clou: Kaufman irritato dal pubblico di un Università legge da cima a fondo "Il grande Gatsby" ("volete che continui a leggere il libro o preferite che sentiamo un disco insieme?). Altra situazione clou: la messa funebre di Andy.
Il film, in buona sostanza, è splendido, fra i migliori della stagione in corso, eppure incassa poco, nonostante le lodi della critica, e come se non bastasse Jim Carrey non riceve i riconoscimenti che gli spettano di diritto… proprio come da copione, in fondo.

In un mondo fatto d'illusioni e beffe, niente va preso sul serio. Questo il messaggio del grande, rivoluzionario personaggio di Andy Kaufman. L'amarezza del diverso, del genio incompreso è il tema preferito dagli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszweski che da Ed Wood di Tim Burton fino al più recente Larry Flynt, sempre di Forman, si propongono di rivalutare figure sotterraneamente "sovversive". Jim Carrey si trasforma in Kaufman come Dustin Hoffman s'impadronì del Lenny (Bruce) di Bob Fosse, ed offre un'interpretazione a dir poco strepitosa, sdoppiandosi in Hyde (l'iroso personaggio di Tony Clifton che infama il pubblico!) e Jekyll (il mite Latka della serie Tv "Taxi"), vivendo la beffa di chi ama più far ridere se stesso che gli altri (da antologia i dettagli sul pubblico di Forman), in assenza d'identità, affascinato dal lato oscuro (il comico che ama farsi odiare dal pubblico: diventa un wrestler maschilista!) fino ad accumulare energie maligne (la malattia), con estrosa coerenza nel mettere a nudo la finzione negandola, sia sul palco che nella vita vera. Forman si adatta al personaggio con una drammaturgia amabilmente anarchica (l'inizio che gioca con il pubblico in sala e la macchina del cinema!) e beffardamente controllata, sdoppiandosi anch'egli fra le esigenze spettacolari e quelle di un artista che non accetta i compromessi, fra divertimento e commozione (l'animo fanciullesco dello show di Babbo Natale, il funerale e "I will survive" di Clifton), fra finzione e...finzione. La più grande gag Kaufman se l'è giocata con la morte, ora è altrove, nei panni di un altro. Soundtrack dei R.E.M., che nel 1993 dedicarono la canzone 'Man on the Moon' proprio a Kaufman.

Di un grande film come questo, del quale si potrebbe parlare molto a lungo, è interessante evidenziare una sequenza che ritengo tra le più geniali, importanti e intelligenti degli ultimi anni: la risata di Andy Kaufman poco prima della morte, una risata spontanea, fragorosa, "reale". Non c'è nulla di misterioso in quell'esplosione: è "sic et simpliciter" la presa di coscienza di essere stato "beffato" lui questa volta; per la prima volta, proprio in punto di morte, lui, Andy Kaufman il "mistificatore", è stato "gabbato" proprio dall'unica "certezza" della sua vita, da quella filosofia-medicina induista che aveva abbracciato ciecamente e i cui mantra recitava così scrupolosamente e seriamente. Ironia della sorte? Legge del contrappasso? Sta di fatto che colui che per mestiere e per vocazione si era divertito a minare le certezze del pubblico americano, a confonderlo, a capovolgere realtà e finzione, non può che riconoscere e apprezzare lo scherzo fatto ai suoi danni, che se per il pubblico è stato un suo scherzo "mal riuscito", è stato nondimeno uno scherzo della vita "riuscito perfettamente".