Azione

MACHETE

TRAMA

L’ex agente federale messicano Machete si trova coinvolto in losche e complicate vicende delle quali non interessa a nessuno.

RECENSIONI

A Rodriguez non si potrà certo rimproverare un qualche eccesso di furbizia o ipotetiche indulgenze nella paraculaggine: il Nostro sembra, anzi, un bambino ingenuo e cresciuto che è messo, bontà sua, nelle condizioni di dare sfogo, cinematografandole, a tutte le sue puerili e strampalate (e limitate) fantasie. E’ banalissimo dirlo ma il suo ultimo lavoro è esattamente quello che si temeva potesse essere: uno scherzo potenzialmente divertente (il fake trailer) dilatato a dismisura, drammaticamente oltre i suoi limiti strutturali. Non sovvengono modi più “carini”, diciamo sistematici, per metter giù questa ovvietà. Si fa appena in tempo a gioire per il fatto che Danny Trejo abbia finalmente un ruolo da protagonista che quella faccia butterata e impassibile diventa ingombrante e foriera di vari imbarazzi. Si accenna un sorrisino per la porno muzik che irrompe al primo full frontal femminile, ma poi la stessa muzik torna, per gli stessi motivi e con le stesse modalità, altre due-tre-quattro volte. Si sghignazza sommessamente per la U-Turn ruolesca cui viene sottoposto Steven Seagal (presenza fin troppo rappresentativa di certo cinema, del quale Machete riproduce il primordiale impianto narrativo)  e il concetto viene ribadito con pleonastica sfacciataggine, ad nauseam. E così via.

Si ha come la sensazione che Rodriguez ti spieghi la barzelletta ancor prima di raccontartela, per poi ri-raccontartela senza variazioni e rispiegartela una volta per tutte, ché non si sa mai. E si tratta di una barzelletta grossolana e scemotta, dove ci si fida troppo del fatto che “l’esagerazione” pura e semplice possa bastare a se stessa. Se a questo vogliamo aggiungere che non stiamo parlando di un regista tecnicamente sopraffino, capace di auto-concludere il discorso-film con la tecnica del linguaggio (o col linguaggio della tecnica), ci si rende conto che siamo di fronte a un cinema programmaticamente “vuoto” che finisce, però, per trovare un vuoto vero, inatteso, preterintenzionale, di fronte al quale ci si trova disarmati, infastiditi e quasi impauriti. Rodriguez dà l’impressione di aver studiato, sì, all’Istituto Tecnico Postmoderno dell’amico Tarantino, ma di averlo frainteso, fermandosi – come minimo – alla superficie della questione. Perché questa voglia rodrigueziana di libertà cinefila, citazionista, iper-ironica, (solo teoricamente) anarchica, da morte-del-cinema-viva-il-cinema, è finita per diventare, ben presto, una vecchia gabbia arrugginita.

Non appaia dunque capzioso rifarsi al solito David Foster Wallace. “Questi ultimi anni dell'era postmoderna mi sono sembrati un po' come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po' va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l'autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po' di ordine, cazzo...” Ecco, Tarantino questa voglia di ordine, la necessità di ristabilire un ordine, l’ha capita e metabolizzata, con passaggi anche sofferti e splendidamente dolorosi (Death Proof, una specie di presa di coscienza), Rodriguez no. Rodriguez continua a gozzovigliare da solo tra le macerie della festa, anche quando tutti gli invitati se ne sono andati, e a divertirsi, e non gliene frega niente se la sua casa ormai è distrutta. E il pensiero di diventare padre proprio non lo sfiora, nel senso che “il lavoro patricida dei maestri postmoderni è stato fondamentale, ma il parricidio produce orfani (…) E la cosa più difficile di tutte è accettare che questi padri non torneranno, il che significa che per noi è diventato il momento di diventare padri”. E così, siccome “a quanto pare vogliamo solo continuare a mettere in ridicolo la realtà”, e come si legge in Infinite Jest “le satire sono il lavoro di chi non ha nulla di nuovo da dire”, forse è il momento di tornare a “esplorare cosa significa essere umani oggi” e di “dare qualcosa al lettore”.

Ecco, sappiamo bene che Tarantino al fruitore (ha sempre dato e) dà tanto. In termini di intelligenza, di posizionamento Etico spettatoriale, di maestria tecnica nel girare singole, eterogenee sequenze (azione, suspense), in termini di capacità, come si scriveva altrove, di veicolare una visione del mondo che affiora dalle macerie postmoderne. E di un sacco di altre cose sulle quali non è il caso di dilungarsi qui e ora. Rodriguez ci sembra dare, invece, molto poco, al suo spettatore, un poco vecchissimo che sta pericolosamente diventando niente film dopo film.

È questa la vera exploitation da Grindhouse (che conteneva già il trailer di Machete, personaggio presente anche nella serie Spy Kids): Robert Rodriguez continua ad adottare gli stilemi anni settanta fra musica, fotografia, pellicola finto-rovinata, machismo, troppismo in azione, violenza e sesso. Meglio di Planet Terror, ignorante film di zombi, e di A Prova di Morte, rilettura destrutturata e vuota. Machete spara, tagliuzza con attrezzi da giardino, incontra solo femmine sexy e disponibili e fa il botto, come la migliore exploitation, nel momento in cui trasforma il suo percorso in film politico: la questione dell’immigrazione messicana non è solo un contorno o un pretesto, ammanta tutto il film, denuncia i cartelli della droga, l’opportunismo politico, l’ingiustizia di un paese che s’arricchisce con la manodopera illegale che le istituzioni reprimono. Quando i clandestini della Rete si uniscono per fare la rivoluzione contro i cattivi (un senatore assassino, un vigilante spietato che si ritrova ad Alamo come il suo bisnonno, un affarista wasp con moglie e figlia linceziose), la parodia elegiaca di un genere diventa esaltante pathos, mentre le varie tracce sopra le righe trovano il modo di rendere emblematica e simbolica anche la fine dell’ultimo morto ammazzato (il senatore, che sparava ai clandestini al confine, si trova nella stessa situazione). Per il resto, divertimento illetterato e brillante in ogni dove, fra splatter, erotismo boombastic (Michelle Rodriguez orba e armata in fetish, la suora di Lindsay Lohan), trash (Trejo appeso alle budella di una vittima), kitsch e di tutto di più (il “più” ce lo mette il montatore storico di Rodriguez, Ethan Maniquis, qui co-regista). Danny Trejo finalmente star, con quella faccia scolpita nella roccia alla Charles Bronson.