L’UOMO DI BUDAPEST

Anno Produzione2004

TRAMA

I moti ungheresi del 1956 e la dura repressione sovietica, osservati dal punto di vista di Imre Nagy, lo statista ungherese di cui vengono qui raccontati i lunghi mesi di prigionia e la tragica morte. L’obiettivo è costantemente puntato sulla coerenza dell’uomo, che nonostante le intimidazioni rimase fedele ai suoi ideali politici fino alla condanna, formalizzata nel corso di un processo farsa.

RECENSIONI

I fantasmi del '56

Sono trascorsi ormai cinquant’anni dagli eventi, e le discussioni storico-politiche intorno alla rivolta ungherese del 1956 continuano a tenere banco, come dimostra il peso che la ricorrenza ha assunto in primo luogo nella nazione magiara, ma anche in altre parti d’Europa. Il cinema stesso ha offerto il suo contributo al dibattito. Tra gli eventi più attesi spicca il film realizzato nel 2004 da Márta Mészáros, personalità di punta del cinema ungherese; A Temetetlen halott è stato mostrato anche da noi, prima in occasione di Alpe Adria, e successivamente al Saturno Film Festival, destando in entrambi i casi un discreto interesse.
A livello di sensibilità personale, la scelta di impostare il ricordo del ’56 ungherese sulle sue tragiche conseguenze, focalizzando l’attenzione sull’amaro epilogo cui andò incontro, coerentemente agli ideali che l’avevano portato a sfidare il volere di Mosca, il primo ministro Imre Nagy, ci ha lasciato qualche perplessità. Un po’ perché le dinamiche profonde di una rivolta che coinvolse ampi strati della popolazione, con in testa operai e studenti, vengono toccate troppo marginalmente. Ma anche perché la Mészáros, in quella ricerca di senso che trae spunto da una figura di grande spessore e dignità come lo statista ungherese, non sembra ottenere gli stessi risultati della precedente biografia cinematografica da lei dedicata a Edith Stein: ovvero un’altra eccezionale figura del novecento, cui si fa riferimento nell’intensissimo La settima stanza. Se non si arriva a tale profondità, è forse per via di una produzione concepita in direzione di quei tratti esteriori, che in A Temetetlen halott possono assumere contorni fastidiosi, a partire dagli effetti digitali utilizzati per ricreare una Budapest invasa dai carri sovietici; segni di un’ipertrofia produttiva, che per certi versi dà l’impressione di condizionare la regista nel suo approccio al soggetto, un approccio apparentemente molto sentito, spinto però in taluni frangenti verso una retorica fioca e stantia; nulla di paragonabile, volendo restare in territori tematicamente affini, a quello che seppe esprimere Costa Gavras attraverso La confessione. Difatti, quando si comincia a parlare della detenzione di Nagy e dei suoi collaboratori, delle vessazioni fisiche e psicologiche, delle pressioni politiche, del processo farsa, A Temetetlen halott finisce per incanalarsi in un sentiero ovvio, prestabilito, con l’attesa del martirio, il crollo delle ultime speranze e il confluire di altre istanze apologetiche sul capo del disilluso ma ancora combattivo protagonista, interpretato peraltro da un ottimo Jan Nowicki. L’attore polacco, quasi una presenza fissa nei film della Mészáros, conferma intanto la sua bravura e riesce in parte a rivitalizzare un’opera imbalsamata, che sa tanto di atto dovuto.

Stefano Coccia