Drammatico, Storico

L’UOMO CHE VERRÀ

TRAMA

La strage di Marzabotto (29 settembre – 5 ottobre 1944) vista da una famiglia contadina emiliana, in particolare da Martina, 8 anni, che non parla e aspetta un fratellino.

RECENSIONI

Non la guerra, ma la montagna: un eccidio nazifascista evocato iscrivendo le figure nel paesaggio. La giuria di Forman ha perso un'occasione per premiare Giorgio Diritti, che ottiene invece il riconoscimento del pubblico al Festival di Roma. Il cineasta, dopo Il vento fa il suo giro, esce dai cineclub dimostrando, per un regista italiano, cosa significa declinare il tema delicato secondo una sensibilità figurativa propria: didascalismo a zero, simboli semplici e precisi (il silenzio della bimba, il neonato), meticoloso prosciugamento sulla sceneggiatura che taglia le parole fuori posto. La resa drammatica è essenziale: non spiegano mai la guerra, questo pugno di montanari, tanto che a tratti sembrano perfino ignorare le ragioni. La focalizzazione interna di Martina (Greta Zuccheri Montanari, da ricordare), allora, è il timone che ci guida nello scontro indecifrabile, spoglio da ogni manicheismo, dove l'esecuzione partigiana non è meno atroce della violenza fascista: si attua una scomposizione, che dissocia le figure dalle note collocazioni storico-politiche e, coraggiosamente, dona loro nuova forma, quasi astratta. La guerra per il regista non è una filippica delle parti né una memoria da tramandare: la guerra è una successione di quadri estrapolabili e riproponibili (l'attesa - l'allarme - la paura - lo sgomento - gli spari - le urla - la polvere), quadri pensati, lavorati, costruiti, per questo esatti. L'infinita, insopportabile sequenza della strage (cfr. Katyn) induce alla realizzazione del conflitto che però, questo l'importante, non viene enunciata, resta ancora implicita, preferendo sempre affidare alla messa in scena i suoi significati. Attori sullo spartito del realismo (non dire il vero ma essere veri), titolo evocativo: l'uomo che verrà è il fratello di Martina ma anche, ovviamente, l'uomo di domani che si forma dopo le stragi, chiamato alla difficile rinascita dopo aver violato i corpi e la natura.

Diritti riesce a evocare una pagina di Storia (l'eccidio nazifascista di Marzabotto) senza scadere nel bozzettismo, nella maniera paratelevisiva o nella celebrazione di prammatica. La soluzione è semplice e geniale: raccontare non la Storia ma una storia. Nell'infinitamente piccolo della vicenda di Martina si riflette, anzi, si ripercuote l'infinitamente grande, le mille ragioni incomprensibili e tortuose della violenza, della sopraffazione, del furore cieco e lucidissimo cui gli uomini si abbandonano con gioia crudele, come bambini. Una natura di struggente e mai cartolinesca bellezza (che fa pensare più ai film di Piavoli che a quelli di Olmi) sembra insinuare l'inutilità di questa oscena farsa, che cresce in silenzio, inanellando episodi apparentemente estranei l'uno all'altro (ma collegati da una fittissima e impalpabile rete di rimandi, sguardi, mezze parole e fremiti più intuibili che esibiti - la relazione fra Beniamina e il signor Bugamelli -), e deflagra nella letteralmente interminabile sequenza della strage, in cui non c'è un culmine tensivo liberatorio, ma un lento cristallizzarsi della disperazione e dell'impotenza, mentre l'azione si sgretola in infiniti rivoli di sangue e fango e la parola, finalmente ritrovata, non prelude necessariamente alla rinascita e alla speranza, ma invita piuttosto all'oblio, alla sospensione, all'attesa (vana?) di un Uomo che verrà (l'uomo nuovo? un Redentore? il padre scomparso?). L'Uomo che verrà è un fim impenetrabile come il suo titolo, scabro come il dialetto che ne costituisce l'ossatura, dalla messinscena ricchissima di idee, tutte al servizio del racconto per immagini (vanno citate almeno la rhesis per interposto tema scolastico di Martina e la sequenza della battaglia, risolta con un alternarsi di totali e semisoggettive di Beniamina in osservazione dal campanile). Nel finale, qualche cedimento al melodramma (il mancato violentatore) non fa che sottolineare, per contrasto, la forza di una regia che ha il coraggio dello sguardo frammentario e depistante (il sonoro improvvisamente "fuori fuoco" che marca la definitiva impotenza del padre di Martina, il mancato incontro nel bosco, il prosciugato colloquio fra il sacerdote e l'ufficiale) e che ha ben pochi termini di paragone, per ambizione e felicità di risultato, nel panorama odierno del cinema "impegnato" (qualunque cosa significhi questa detestabile etichetta).

Due opere in una. C’è la mirabile, ancestrale ricostruzione d’ambiente contadino alla Il Vento fa il suo Giro, con l’uso di un’altra lingua in disuso, dopo quella d’Oc, l’emiliano (con sottotitoli): nella prima parte, Diritti fa rivivere il piccolo mondo antico, utilizzando facce arcaiche con attori professionisti (il cui dialetto, a orecchie esperte, ha accenti forzati) e non, corredando ogni movimento del racconto con usi e costumi di cui si sentono odori e sapori, quando l’esistenza era in connubio con i doni della Natura. Un Olmi (L'Albero degli Zoccoli) con più talento evocativo. Un Piavoli in cui il realismo non è documentaristico ma si trasfigura fino al lirismo, se non al surreale. L’altro film è quello imperniato sull’eccidio di Marzabotto: in questo caso, l’opera “rientra” in un linguaggio più obbligato, per quanto Diritti si sforzi, riuscendoci, di adottare un punto di vista differente attraverso la soggettiva di una bambina che (ce lo dice il suo tema a scuola) vede tutto e non capisce, e attraverso il pudore della macchina da presa (che vola verso il cielo durante la prima strage) che anela ai simbolismi, ai cerchi che si chiudono, alle porte aperte alla speranza (il mutismo di fronte all’orrore riacquista la parola con l’uomo che verrà…). Il realismo iniziale, con le ali nello sguardo poetico, per smorzare l’atrocità si lascia quindi cavalcare dalle metafore (con preziosismi di testo e di ripresa vari) e rischia di diventare artificioso: per quanto arrivi come un pugno allo stomaco la bruttura di una pagina storica vergognosa, siamo di fronte ad un altro film.

Ricordare la difficoltà del compito non basta a premiare Diritti. E, ahimé, le pietre di paragone sono uno scoramento: le fiction pedestri e dilettantesche ripassate nel caramello  e il deprimente Cinema Impegnato. Ma anche questo non basta (vittoria a tavolino). Ciò che riluce ne L'Uomo che Verrà (e nel precedente, forse migliore, Il vento fa il suo giro) è invece la scabrosità familiare del paesaggio: la terra aspra e avara ma perfettamente empatica con le storie e la Storia. Il testo si piega disciplinato a questo rigoroso assioma teorico e visivo: la lingua è dello stesso impasto antico e diffidente della terra intorno; così i volti, le attitudini, le fatiche dei personaggi. Il punto di vista (asciutto, elementare, antiideologico) è peculiare e incredibile. Ma il tanto lodato lavoro di sottrazione (che poi è corollario immediato dell'assioma centrale) è continuamente sporcato da una sorta di sfiducia nell'impianto testuale (cosa che non c'era nell'opera prima, probabilmente per la marginale eccentricità del soggetto): come se la potenza di quello sguardo semplice e terroso non fosse abbastanza per rendere l'orrore e l'ignominia insostenibile dell'eccidio, Diritti insiste su un commento musicale ingombrante e forzato (cori, nenie, lamentazioni) e su alcuni simbolismi calcati (fino a un finale che vira nello scontatissimo). Un vero peccato, perché lo sguardo di Diritti è potente e intelligente. Il climax dell'eccidio, tuttavia, prolungato, fermo, spietato, (non dà tregua né spiragli allo spettatore) è nuovamente micidiale e redime parte (solo parte) delle debolezze.