Drammatico

L’UOMO CHE AMA

TRAMA

Dopo: Roberto viene lasciato da Sara. Prima: Roberto lascia Alba._x000D_

RECENSIONI

Venire abbandonato, abbandonare: un uomo, due amori che si negano, si rincorrono, si fanno vagamente da eco, influenzano l’intorno, ne subiscono l’influsso. L’uomo che ama non è che questo, un corpo incastonato in due opposti paesaggi sentimentali: da un lato il dettaglio opprimente delle ferite di un io che, dilaniato, ignora il circostante, annega i propri fantasmi nelle lacrime, cieco, perduto; dall’altro la veduta di un amore consumato, consacrato al quotidiano, privo di ossessione e perciò sacrificabile, elemento di un quadro che ne annacqua l’impatto, lo disperde nella scena, lo rende volubile ai moti dell’ambiente. E’ l’aria che provoca l’abbandono, è la sua assenza che soffoca nel subirlo: in un film totalmente ancorato al corpo e al cuore del protagonista l’azione filtra solo se le si concede lo spazio, se l’ego le permette il respiro. L’uomo che ama vuole essere cinema di spazi e luci, scrutando le ombre dello stampo realista ambisce a illuminarle, predilige all’asserzione l’impressione, alla didascalia emotiva il peso di un corpo nell’economia dell’inquadratura. Lasciare, essere lasciati: della trama binaria la Tognazzi sceglie di restituire dunque il carattere affettivo, eludendo la spiegazione, non soffermandosi sui nessi causa-effetto, lasciando a musica e immagine il compito di far riaffiorare l’emozione, di cogliere quei dissidi che lo script trattiene, rinnegando il dramma per immolarsi all’ordinaria tragicità della vita. Lo sviluppo delle pregevoli intenzioni però cede, tutt’altro che radicale inceppa nella faciloneria, si abbandona a una retorica- soprattutto estetica- trita e sfiancante, e se raramente si adagia sul simbolismo, quando lo fa sceglie la lettura non immediata, ma pur sempre limpida. L’emblema ricorrente: l’uomo che ama cammina, elegantemente al margine dell’inquadratura, intorno il traffico fuori fuoco sottolinea l’introversione, la musica tesse invadente i moti della sua anima. Una volta, a storia finita, la musica cessa, la mdp traballa di dolore, per poi spegnersi nell’abisso del nero. L’uomo che ama fugge una retorica (quella dell’artificio drammatico, della trama sensazionalistica) sprofondando in un’altra (quella di un manierismo deteriore di stampo impressionista, che ghiaccia i corpi per farsi lirico nello sguardo, che anestetizza il valore della parola, ma impone all’orecchio l’esplicativa colonna sonora), come fosse testimone del difetto percettivo del suo protagonista, come lui ingabbiato tra vita e propensione alla finzione. Due momenti, a supporto di questa chiave interpretativa, paiono illuminanti: 1) Roberto -con foga disperata- raccoglie, strappa, elimina ogni ricordo di Sara, lo getta in un sacco, scende le scale, si affretta verso il contenitore dell’immondizia, in un crescendo dettato dalla colonna sonora. Davanti al cestino la musica viene tranciata, Roberto ci ripensa, risale le scale. Come se L’uomo che ama fosse la storia di un uomo che desidera amare, che anela all’amore romanzesco, incapace di accettare i compromessi del sentimento reale, come se davanti a quel cestino fosse consapevole, per un attimo, di lasciarsi trasportare da un sentire melodrammatico, cinematografico, inadatto alle secche della vita. Così, e 2), L’uomo che ama davanti alla fine di un amore duraturo e maturo, come quello con Alba, si sbriga quasi con leggerezza, si affida a parole abusate (“Non rendiamo le cose più difficili di quello che sono”), come se in quel momento Roberto partecipasse più alla cattiva televisione che alla vita, come se lo schiaffo di Alba lo volesse anche destare dal sogno, dalla finzione. L’uomo che ama ama l’amore, la piena del melò, lo scorrere inarrestabile dell’amour fou. L’uomo che ama ama il pathos cinematografico, ma inciampa nella retorica della TV. La scissione tra narrarsi e vivere non ha risoluzione: il semplice sfasamento temporale nella struttura dona all’assunto una ciclicità che sa di pessimismo, di chiusura ad ogni fuga. L’uomo che ama è un film banale, non per quello che racconta, ma per come lo fa. Ed è una banalità a volte sintomatica, aderente al personaggio, rischiarante, altre invece stantia, persa in un antonionismo elementare, frustrante. Le suggestioni, nell’economia di quel gioco semplice e spesso mortificante del giudizio/voto, non bastano sicuramente a far raggiungere al film la sufficienza, ma sono squarci vitali di un cinema fuori dalla media italiana e, me lo si lasci dire e glielo si conceda, decisamente più coraggioso.