Drammatico

L’ULTIMO URRÀ

Titolo OriginaleThe Last Hurrah
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1958
Durata121'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Un politico cerca di ripresentarsi alle elezioni per la quinta volta come sindaco della sua città …

RECENSIONI


John Ford nell’ultimo quarto della sua filmografia decide di dare ancora spazio al tema della disfatta, già presente in altre pellicole quali Four Sons (1928)  e They Were Expendable (1945). È ovvio che il regista non fosse interessato al fascino della décadence, al romanticismo della disfatta: Skeffington è talmente smanioso di vittoria (come la maggior parte dei personaggi fordiani),  che nega   la sconfitta alle elezioni comunali candidandosi a quelle da governatore. Ford costruisce così il ritratto  realistico di un uomo che pratica “lo sport” della politica: basti pensare, a questo proposito, alla sequenza della veglia funebre di Knocko Minihan dove il protagonista, con un pretesto, cambierà il tono funereo della manifestazione in una festa collettiva a cui partecipano anche i funzionari municipali. Da una parte viene quindi  mostrato  il lato umano del carattere di Skeffington (l’amicizia nei confronti della vedova Minihan), e dall’altra quello politico-arrivista che utilizza l’avvenimento mortuario per farsi pubblicità.
Ford racconta la lenta disfatta dell’uomo - specchio di una città priva di ambizioni - re del triste compromesso e del facile ricatto, rivendicatore del passato storico irlandese (patria di Ford) e oppositore del pedestre tradizionalismo puritano. Il mondo che il regista ricostruisce è quello del materialismo politico, che rivela doppie facce, controsensi, false speranze e menzogne: Skeffington è il politico furbo, che sa come deve comportarsi davanti al pubblico della televisione – in ampio contrasto con l’imbarazzante performance del candidato puritano McKluskey – ma che, contraddicendo l’edonismo televisivo,  tenta ogni volta una comunicazione sensitiva con lo spirito della moglie perduta  attraverso la sua fotografia.
Sicuramente l’atmosfera malinconica e lugubre è un filo rosso che ripercorre tutto il film in cui la morte è sempre presente: la messa in scena violentemente ancorata a codici classici, la fotografia tenebrosa e il montaggio accademico mostrano la riflessione elegiaca sull’ascesa e caduta di un personaggio davvero reale, che rivela un’ostinazione tutta umana nell’ultima parte della pellicola in cui il prete gli chiede se avrebbe cambiato il suo stile di vita se fosse rinato una seconda volta. Like the Hell i would risponde Skeffington.


John Ford adatta il best seller (1956) di Edwin O’Connor (con un sindaco ispirato alla figura di James Curley, primo cittadino di Boston) attraverso la penna del prediletto sceneggiatore Frank Nugent, quindi tutto si tramuta in una commedia divertente, nostalgica, sentimentale ed edificante, quando il romanzo verteva molto di più su corruzione e malefatte (qui ridotte a buffi mali necessari a fin di bene). Una sorta di Frank Capra secondo Ford. Il protagonista sembra tagliato su misura per Spencer Tracy, ma non è così: il regista avrebbe voluto Orson Welles e la figura avrebbe guadagnato in (necessaria) ambiguità, perdendo però in commozione. Tracy ripropone il suo tipo scaltro, tenace, mosso da sani principi e ottimista: un saggio padre di famiglia per la nazione, contornato da una splendida galleria di personaggi (su tutti il Dino buono e rincitrullito di Edward Brophy). Ma agli autori interessa, più di tutto, il discorso su “l’ultima campagna elettorale”, l’ultimo urrà di un politicante della vecchia scuola, dopo il quale tutto sarà più (troppo) facile attraverso mass media quali radio e televisione. L’opera non spiega per quale motivo l’avversario di Frank Skeffington, per quanto senza spessore, avanzi tanto nei cuori del pubblico: così facendo, rimarca il suo messaggio anche allarmistico sulle marionette dei poteri forti, cui basta comparire (nel piccolo schermo) e apparire (la finta famiglia perfetta di contorno) per piacere. Profetico.