Horror

L’ULTIMO UOMO DELLA TERRA

NazioneItalia
Anno Produzione1963
Genere
Durata86'

TRAMA

Il Dottor Robert Morgan cerca di contrastare una misteriosa epidemia che sta gradualmente sterminando il genere umano trasformando gli uomini in vampiri, quando è ormai convinto di essere rimasto l’unico uomo a non esser stato contagiato scopre che forse non è così…

RECENSIONI

Autentica gemma della cinematografia italiana di (/de-)genere e caso tutto sommato isolato, se si esclude l’opera straordinaria e irripetibile dei maestri Freda, Bava e, in qualche misura, Margheriti, di cinema horror di altissimo livello estetico, in quel 1964 che stava consacrando una felicissima e fecondissima decade di cinematografia fantastica siglata dal mestiere, ma soprattutto dalla passione, dei Mastrocinque, dei Caiano, dei Polselli, dei Maiano, dei Regnoli etc.
L’ultimo uomo della Terra, riscoperto e rivalutato solo 30 anni dopo la sua sfortunatissima uscita nelle sale (episodio che meriterebbe da solo un lungo approfondimento), si annuncia come rivisitazione fascinosa e convincente della mitologia vampiresca, col suo intrigante innesto dell’argomento fantapolitico su un impianto narrativo tipicamente d’orrore: il vampiro non è la solita creatura stockeriana bella e dannata ma un essere contagiato da una sconosciuta quanto devastante epidemia. Va detto da subito che la robustezza dell’intreccio e della sceneggiatura, realizzata a quattro mani da Mario Monetti e Ubaldo Ragona stesso, su un soggetto basato sul racconto I am Legend di Richard Matheson che già godeva di una certa notorietà, contribuisce a fornire solidità a una pellicola che potrebbe vivere già solo per le splendide soluzioni visive e visionarie adottate da Ragona.
Film sorprendentemente romeriano 4 anni prima di La notte dei morti viventi che affida il discorso estetico alla costruzione in crescendo della tensione contrassegnata già dall’inquietante teleologia preannunciata dal titolo, la magnifica escatologia del carattere di “ultimità” che prefigura ab initio la tragicità dell’epilogo. Ragona si dimostra cineasta estremamente dotato nel mettere in scena la drammaturgia dello scienziato che, condannato alla solitudine e all’inesorabilità del suo destino, deve compiere la sua missione soteriologica nei confronti della tragica prospettiva di estinzione del genere umano, ma ciò che non finisce di affascinare è la cura delle immagini che contribuisce a creare un’atmosfera cupa, inquietantemente notturna, cadaverica e claustrofobica anche negli esterni asfittici del quartiere Eur trasfigurato dalle livide luci usate dalla fotografia di Franco Delli Colli in chiave decisamente espressionista, apocalittica e desolata come lo spazio desertico  attraversato da figure spettrali, corpi affannosamente deambulanti, deflagranti che ingombrano deliziosamente le nerissime campiture, e gli sguardi allucinati del protagonista, il leggendario, cormaniano e non solo, Vincent Price, valore aggiunto di un piccolo capolavoro.

Con metodica e razionalità da Robinson Crusoe, solo a tratti lacerata dalla rabbia e dallo sconforto, il personaggio del grande Vincent Price (vedere la scena in cui dal riso passa al pianto con estrema naturalezza) domina con il dialogo interiore e conduce una vita d'Inferno, fra décor fatiscenti (sfruttando anche il quartiere dell’EUR), scenografie (l’interno dell’abitazione), luoghi (l’inceneritore infernale) e paesaggi (cosparsi di cadaveri…) da brivido. Un ingegnoso e crudo b-movie italiano (La Notte dei Morti Viventi nostrano?), girato anche in versione inglese da Sidney Salkow, in cui il misconosciuto documentarista di Catania Ubaldo Ragona dimostra una conoscenza del mezzo e degli stilemi di genere (uso del commento sonoro compreso) da fare…paura. Due anni dopo, in 1975: Occhi Bianchi sulla Terra, lo stesso racconto di Richard Matheson (che sceneggia con lo pseudonimo di Logan Swanson, facendo di questa versione la più fedele al romanzo, anche se la spiegazione sull’immunità dal virus è un poco ridicola) sarà saggiamente depurato della banale componente "vampiresca", ma sarà molto meno terrificante. Un colpo d'ala, all'interno di un piccolo cult dimenticato, la cinica parte finale in cui è dimostrato che l’essere umano, vittima di odio e paura, è votato all’autodistruzione. Si chiude con un sacrificio "cristologico" (sull’altare di una Chiesa…) e in ambiguità (“Siamo salvi?”).