Poliziesco

L’ULTIMA MISSIONE

TRAMA

In seguito a un episodio di ubriachezza degenerato nel dirottamento di un autobus, il poliziotto della Sezione Criminale di Marsiglia Louis Schneider viene trasferito al Servizio Notturno. Ma prima che il trasferimento abbia effetto si verifica un caso di omicidio che si inserisce in una serie di efferati delitti perpetrati ai danni di donne attraenti e facoltose.

RECENSIONI

El Greco ha girato un film, MR 73, con immagini dall’oltretomba. La vita è abisso senza fondo, non c’è religione che tenga: “Dio mi ha tradito e io lo punirò”, sentenzia Louis Schneider (Auteuil, trasandatissimo). La visione si è illividita in precipitato purgatoriale, gli uomini ridotti ad anime sepolte sotto la valanga del Male, le città incarognite in pietraie sospese sull’apocalisse. Incubo permanente. La problematicità del polar non serve più, la crudeltà dilagante reclama le forme urlanti dell’horror, la descrizione impregnata di sangue. Olivier Marchal si sbarazza dunque dei parafernali del noir e stritola il racconto sotto il peso sgretolante del rimorso: “Ero dove non dovevo essere”. Schneider non si dà pace, lo strazio lo perseguita, la solitudine lo divora: un individuo ormai votato all’autodistruzione, ma secondo i tracciati purpurei del castigo. In una Marsiglia necroscopicamente decomposta (gli spazi coartano e riverberano i caratteri dei personaggi) si conficca la triplice missione di Schneider: 1- interrompere la catena di tremendi omicidi a sfondo sessuale; 2- neutralizzare Charles Subra (un Philippe Nahon da brividi), maniaco condannato all’ergastolo e messo scriteriatamente in libertà dalla legge grazie alla buona condotta, al trattamento psichiatrico e ad una religiosità simulata; 3- farla finita. Tre vie che conducono inesorabilmente alla morte. L’oscurità regna incontrastata, a illuminare macabramente le gesta di Louis e Georges (Gérald La Roche) è il biancore desaturato e obitoriale del direttore della fotografia Denis Rouden. Una luce esangue e fredda, il sole dei morenti. Oltrepassata la linea d’ombra che separa il milieu dei Gangsters dalle stanze corrotte delle centrali di polizia (36 Quai des Orfèvres), Marchal ha girato l’unico poliziesco possibile oggi: un horror acromatico, asfittico, amorale. Con un montaggio alternato finale che, nonostante tutto, rivolta i colpi della MR 73 in poderose pulsioni vitali. L’ultima missione: che titolo da bastardi.

36 Quai des Orfevres era un gran bel polar, di cui ritroviamo le tracce (Daniel Auteuil a parte): violenza, senso del tragico, flashback di dolore, paralleli fra i personaggi, guardie e criminali che si confondono. Ma L'Ultima Missione è un capolavoro nel momento in cui trascende il genere con la sua disperazione: Marchal, infatti, va oltre il poliziesco per disquisire di Vita e di Morte. La sua umanità è composta da mostri e dannati all’Inferno del dolore. In questo, Marchal è spietato. E i mostri in questione sono freddi assassini o poliziotti corrotti, mentre gli Angeli non sono eroici, affogano nella sofferenza, cercano l’oblio corteggiando la Morte. A parte ciò, Marchal fa anche grande (il) Cinema a livello iconografico, andando, anche qui, molto oltre “la pistola e il distintivo”: grande uso del commento sonoro, delle pause, della cupa fotografia, degli sguardi, della gestualità significante. Il poliziotto entra in scena dicendo “Dio mi ha tradito. Ed io lo punirò”, mentre il feroce assassino millanta di essere cambiato proprio con la preghiera: da subito, epica maledetta. Ma è nell’ultima mezz’ora che si resta senza fiato: un’escalation catartica di violenza (verso gli altri e se stessi), per lo più senza dialoghi, con l’uomo armato di MR 73 (arma in disuso…) che, in un parallelo da antologia dove la nascita sostituisce la morte, mette Ordine nel Caos. Per interrompere il circolo vizioso in cui la Morte smette di annichilire la Vita e inizia a servirla. Magistrale.