Thriller

LUCI NELLA NOTTE

Titolo OriginaleFeux Rouges
NazioneFrancia
Anno Produzione2003
Genere
Durata106'
Tratto dadal romanzo di Georges Simenon
Montaggio

TRAMA

Un weekend estivo. Hélène e Antoine partono in macchina da Parigi, per raggiungere i figli in una località di villeggiatura. Lungo la strada scoppia un violento litigio…

RECENSIONI

Parigi vista dall’alto: rari insetti umani en plein air, prigionieri di spazi ingigantiti dal vuoto, dalla posizione della macchina da presa e dall’ipnotico rincorrersi delle note di Debussy, ineffabilmente dolci, velate da un furtivo presagio di rovina. I titoli di testa del film di Cédric Kahn riassumono alla perfezione il carattere di un’opera insieme classica e spiazzante, in cui il genere (l’on the road accessoriato di psicosi), esplorato con inflessibile rigore, deraglia nella zona morta e vitalissima di un delirio scatenato, carico di lucida angoscia. Nella cornice di una messinscena sobria e inquieta(nte), le azioni dei personaggi sono osservate e registrate da uno sguardo di pietra, che non si ferma di fronte a nulla (la sequenza del bosco) e, persino quando sembra uniformarsi alla dinamica dei gesti (in)compiuti (Antoine azzarda un DETOUR e l’inquadratura si fa progressivamente più mobile e instabile, sbandando con abbagliante perfezione in una sfuggente semisoggettiva), sa mantenere una distanza (di sicurezza) il cui feroce gelo esalta l’incandescente materia (pro)filmica. Nessuno psicologismo, nemmeno un accenno di esaltazione del loser alle prese con un’avventura bigger than (his) life, non un istante di respiro in questo dramma di coppia(/e) che del teorema ha la meticolosa capacità di astrazione e non la pesante meccanica. I dialoghi di sanguinante secchezza (la sceneggiatura, firmata fra gli altri dal regista, è tratta da un romanzo di Simenon), la prova allucinata del cast, la superba fusione di orrore, pathos e humour nero [da antologia, da questo e da ogni altro punto di vista, l’ultima parte, un trionfo di ellissi, indizi rapinosi, piste fals(ificat)e pronte a ribaltarsi al minimo tonfo] fanno di FEUX ROUGES un gioiello sospeso fra Clouzot e Lynch: tremendo, sibillino, commovente. Il cinema dovrebbe avere più spesso la forza di perdersi nel fondo della notte più buia e nella diafana bellezza di un tramonto (forse neppure troppo) cupo.

Un marito e una moglie si danno appuntamento nel pomeriggio per andare a prendere i figli alla colonia estiva e partire per le vacanze. Sembra una coppia qualunque. Sono una coppia qualunque. Non giovanissimi, un po' stanchi del reticolato di routine in cui si sono trincerati, con una perfetta conoscenza reciproca che, a seconda dell'umore e del livello delle frustrazioni, garantisce l'intesa o procura il tormento. Nella prima parte del film di Cedric Kahn non succede quasi nulla, ma il regista riesce ad imprimere ai gesti ruvidi dei due protagonisti in crisi una tensione crescente. Il viaggio in macchina supera presto i confini dell'ordinario per diventare un'indagine nel buco nero dei sentimenti. L'entrata in scena di un terzo personaggio permette al racconto di fluire, ma, complice qualche coincidenza di troppo e la perfetta geometria delle sue azioni, rischia di eleggersi a facile fantasma dell'incomunicabilità di coppia. Per fortuna la regia di Kahn non cede mai il passo agli intellettualismi e mantiene vivo l'interesse verso i personaggi e il loro destino, anime inquiete ma terrene. Se il film non deborda nell'indottrinamento il merito è anche della calibrata sceneggiatura, sempre in grado di spiazzare e appassionante anche quando sceglie il dettaglio anziché la sintesi (la lunga sequenza di telefonate fatte dal marito per avere notizie della moglie). Il finale potrebbe apparire consolatorio, ma a ben vedere è all'insegna del pessimismo. La ritrovata armonia ha infatti il sapore del rifugio nella quiete dopo la tempesta. Dopo aver visto quanto può essere brutto il mondo, là fuori, il tepore del nido offre protezione e calore. Le reciproche debolezze e incomprensioni, con il repentino cambiamento del punto di vista a cui sono stati obbligati i protagonisti, paiono quanto di più rassicurante si possa desiderare. Ma fino a quando il tedio e la rabbia non squarceranno il velo ipocrita di una saggia razionalità?

Il cinema francese continua oggi a forgiare gioiellini: solo quest’anno abbiamo goduto di alcuni titoli chiave, straordinariamente “alieni” e differenti tra loro, eppure puntualmente sfavillanti e pronti a celebrare il mezzo nelle sue maggiori possibilità. L’esiziale 5X2 di Ozon si è proposto come canto del cigno della coppia attraverso un dolce reticolo di colori cangianti, crudele mosaico costruito per singoli quadretti vagamente accostati tra loro; nel pianto sommesso dei protagonisti è rivoltato il momento narratologico della parentesi sentimentale, nasce la scintilla ma già ne sappiamo la fine. Potere alla scrittura nel bellissimo COSI’ FAN TUTTI di Agnes Jaoui (e Jean-Pierre Bacri), adagiato all’ombra di Resnais: opera della parola per eccellenza (specularmente opposta all’estro rappresentativo di Ozon) che più d’ogni altra attraverso il verbo osserva clinicamente la patologia delle pulsioni umane; sottoforma di commedia, minore ma non troppo, il tenero ed incantato CONFIDENZE TROPPO INTIME, tassello di una filmografia, quella di Leconte, sempre più sfaccettata e magistrale nell’innestare il proprio ego sulla trama dell’archetipo (quindi il ballo a due Bonnaire-Luchini, umanità sottovetro, a raccontare con gravosa levità il movimento dei sentimenti, restituendo nel dettaglio ogni turbine interiore). Abbiamo già detto del capolavoro LA SCHIVATA di Kechiche, ballata autunnale in periferia, tra silenzio e logorrea, tragedia e farsa, dramma e mascherata; e adesso questo splendido intervento di Cedric Kahn, a rimestare ancora nella sagra della visione inutile (tante, troppe di questi tempi), minuzioso smontaggio delle certezze su uno spiazzante percorso notturno. FEUX ROUGES non scioglie tutti i suoi nodi, raccoglie spunti impercettibili e poi li perde per sempre, dona alla platea il nebbioso mistero ed il fragile quesito: il criminale nella notte si “incarna” in Hélène, moglie di Antoine, di cui è segreta proiezione. Traslandola nel suo carattere brusco e luciferino egli continuerà la sua linea di condotta, punzecchiando il “marito” al volante e biasimandone l’abitudine alcolica; il suo omicidio, dunque, è l’innesco della catarsi dove Antoine per metafora uccide la consorte e, paradossalmente, vi può ricominciare a vivere. Un diamante d’oro nero (la mano in tasca: è deformità o la morsa di una manetta? Omissis) sull’apocalisse dell’uomo e relativa rinascita, ennesima delizia per il nostro palato; per chi è ghiotto di cinema la Francia presenta il servizio migliore, altre leccornie a venire (GABRIELLE di Chereau, CLEAN di Assayas). Fine (soltanto) primo tempo.

Forse che non conosco la felicità delle famiglie?
Marguerite Yourcenar, Moneta del sogno
La geometria è la padrona di Luci nella notte. Fin dalle prime inquadrature, forme geometriche claustrali irreggimentano lo sguardo dello spettatore siccome le vite dei due coniugi protagonisti. Essi corrono sui binari di un percorso obbligato: quello delle vacanze comandate, della fuga di massa dalla metropoli, quello dell’abitudine che ti spegne ogni giorno un po’ fino a che non ti riconosci più, abbrutito dall’alcol e dalla noia o chiusa nella tua ambizione e nella sprezzante, affilata maschera professionale che non smetti neppure nell’intimità; sono binari rigidi come quelli della strada che li guida, e li vede recitare il copione dell’insoddisfazione, del rancore soffocato che emerge gradatamente fino a farti sentire disgusto di te stesso – sì da doverlo anestetizzare con un altro bicchiere – e odio da esibire con l’ennesima stoccata diretta al complice di crudeltà e di catena.
La macchina di tortura della famiglia è perlustrata nei suoi effetti, e nella sua dinamica snervante del non detto che si rovescia d’un tratto nel rinfacciato, con rigore infallibile; con un crescendo di disagio e di tensione esattissimo e implacabile (non avendo letto il Simenon che funge da canovaccio, non sappiamo in che misura il regista ne sia debitore, ma questo non toglie alcun merito alla specifica perizia della messinscena). L’essere umano si dibatte nella sua prigione; ma il pericoloso, adrenalinico diversivo del criminale che ha messo in gioco la tua vita, quella vita che non sopportavi più, ti conduce a più miti consigli: a rifugiarti nel legame che deprecavi, nel destino cui non sapevi come sfuggire.
Nell’ultima scena, marito e moglie si credono in salvo; procedono verso i propri figli che li attendono ansiosi, verso la villeggiatura, apparentemente pacificati. Corrono sulla strada rettilinea, ancora una volta coartante senza darlo a vedere, con in cuore una speranza rinnovata, verso l’usata infelicità.