Drammatico

LOUISIANA

Titolo OriginaleThe Other Side
NazioneItalia / Francia
Anno Produzione2015
Genere
  • 67913
Durata92'
Fotografia

TRAMA

In un territorio invisibile, ai margini della società, sul confine tra illegalità e anarchia, vive una_x000D_
comunità dolente che tenta di reagire a una minaccia: essere dimenticati dalle istituzioni e vedere_x000D_
calpestati i propri diritti di cittadini. Veterani in disarmo, adolescenti taciturni, drogati che cercano nell’amore una via d’uscita dalla_x000D_
dipendenza, ex combattenti delle forze speciali ancora in guerra con il mondo, giovani donne e_x000D_
future mamme allo sbando, vecchi che non hanno perso la voglia di vivere. In questa umanità nascosta si aprono gli abissi dell’America di oggi. [dal pressbook]

RECENSIONI


The other side: la Louisiana ritratta da Minervini è l'altro lato, oscuro, dell'America, un territorio depresso ai margini dell'Impero del cui proverbiale sogno non è rimasta neanche l'ombra, un cumulo di rovine nascoste sotto il tappeto liberista di un paese conquistatore. Ma è anche il lato nascosto di chi osserva questo mondo in disfacimento e in esso è costretto volente o nolente a rispecchiarsi, del pubblico comodamente seduto in sala o sul divano di casa, del regista e della piccola troupe che in quel paesaggio devastato lavora in condizioni di intimità tale da rendere impossibile l'idea e la pratica di un distacco assoluto. Perché nel cinema di Minervini il punto di partenza non è mai un campo d'indagine deciso a priori e poi esplorato ma sempre, pervicacemente, il fattore umano, l'incontro con luoghi e persone che solo successivamente, nel corpo a corpo col girato e nel montaggio, si traduce in un più ampio studio d'ambiente. E proprio da una costola del precedente film, ultimo tassello della trilogia texana, trae origine questo nuovo lavoro del regista marchigiano da anni residente negli States: Todd, il patriarca della famiglia dei bull riders al centro di Stop the Pounding Heart è originario di West Monroe, nella Louisiana del nord, da cui è scappato per rifarsi una vita decorosa in Texas; Lisa, la fidanzata tossicodipendente di Mark, il protagonista della prima e più ampia parte di Louisiana, è sua sorella. Storie che originano altre storie che vogliono essere raccontate.


A legare i due segmenti narrativi principali non è però una persona ma un luogo, il bosco acquitrinoso del folgorante incipit, ambientazione reale che trasfigura in spazio mitico, dove si sfiorano senza incontrarsi i paradisi artificiali del singolo e le illusioni del gruppo, in seno a una natura che accudisce e inghiotte. I miliziani anti-governativi si mimetizzano alla ricerca di un fantasma da sconfiggere, Mark si perde inseguendo un'utopistica pace per risvegliarsi nudo, ai margini della vegetazione, pronto a ricominciare. Stranieri nel proprio paese, prigionieri delle proprie paure, agognano una libertà che pare impossibile (lo striscione legalize freedom sfreccia nel cielo come un'invocazione), desiderano essere ascoltati e riconosciuti.


Tra corpi sfatti, tatuati di sogni infranti alla metanfetamina, e corpi anabolizzati da rancori ipernazionalisti e paranoie complottiste, tra l'amore tossico di Mark e Lisa e l'addestramento militare di patrioti arrabbiati e delusi in vista di una nuova guerra civile americana, la ricognizione di Minervini procede nuda e cruda, brutale e brutalmente sorpresa da momenti di scandalosa dolcezza. Ad essere intercettati, nel corpo a corpo imbastito con le superfici ruvide e sporche della materia narrata, sono soprattutto la voglia di tenerezza tra le macerie, gli attimi fulminei di splendore nell'erba sporca. Dall'altra parte ritroviamo le nostre stesse parti. Il quadro si arricchisce via via di altre storie o ipotesi di storie (ragazzine che sognano un'improbabile carriera da fashion designer, stripper incinte e drogate, nonni alcolizzati o impasticcati, giovani paramilitari survivalisti col culto supremo della difesa della famiglia), il ritratto dei losers diventa quello di una frustrazione che è esistenziale e politica. Ma è un paesaggio politico limaccioso, paludoso anch'esso come la terra su cui poggia: la dichiarata supremazia bianca non esclude la condanna dell'intervento americano in Medio Oriente (anzi, si sposano perfino le ragioni di quelle popolazioni), Obama è un simulacro da schernire e abbattere, obiettivo ripetuto di un odio che è ideologico e razziale, ma al tempo stesso si caldeggia l'avvento di una presidente donna e democratica.


Ugualmente inafferrabile, fluida e paludosa è la frontiera tra doc e fiction. Louisiana, saggio etnografico di confine, radicale nel tema come nello sguardo, è cinema del reale in lirica sospensione tra lo scandaglio romanzesco e l'osservazione senza filtri. Minervini coniuga Jean Rouch e Harmony Korine, Terrence Malick e il fotoreportage, riflette sull'impossibilità di uno sguardo totalmente oggettivo quanto più si sporca e si specchia nelle cose narrate (all'origine delle principali critiche a lui mosse, quelle di aver messo su un freak show vagamente compiaciuto, di aver indugiato nel gusto del sordido), ribadisce la necessità di un approccio totalmente umanista anche quando è alle prese con ciò che può apparire estremamente sgradevole e disdicevole al generico buonsenso progressista (le lacrime di commozione del reduce guerrafondaio il giorno dell'Indipendenza, le iniezioni di dosi in vena), ragiona sull'insufficienza di una separazione netta tra osservazione diretta della realtà e sua rielaborazione fiction allo scopo di penetrarne il cuore, di quella realtà (la sagoma di John Wayne fa capolino dietro il paramilitare che istruisce e motiva le reclute, l'isolamento della comunità e la devozione cieca al totem familiare risvegliano ricordi dell'horror rurale americano settantesco - e della sua rilettura degli anni zero effettuata da Rob Zombie), rende i soggetti delle storie degli effettivi co-registi. Uno sguardo lucido e distaccato per Minervini non basta ma il regista non crede neanche alla presenza dell'osservatore nel campo, del testimone privilegiato. Sceglie una terza via, senz'altro rischiosa, sceglie il paradosso di una pietas impassibile, di una prossimità responsabile, di un farsi da parte che non è - non può essere - scomparire. Sceglie comunque di esserci, dall'altra parte.