Commedia

LOST IN TRANSLATION

Titolo OriginaleLost in Translation
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2003
Genere
Durata105'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Tokio. Un famoso attore statunitense in città per girare degli spot pubblicitari incontra una bella e annoiata compatriota. Due solitudini nella scintillante metropoli…

RECENSIONI

Karaoke 2003

Attribuire a Sofia Coppola il merito di avere confezionato un film intorno all’irresistibile maschera di Bill Murray è già dichiarare di avere gradito la pellicola. Ma c’è qualche altra misteriosa qualità nel décor di questo piccolo, godibile film che ci affascina e ci incanta. La metropoli, solida e inconsistente, inevitabile e inafferrabile al tempo stesso. Tokio e le sue luci, le sue contraddizioni, a volte dimesse e sbeffeggiate dall’occhio dell’occidentale quasi con paternalismo. Il Giappone e la sua occidentalizzata verticalità, la sua combinazione/scontro di modernità e tradizione. È in questo contesto che Sofia Coppola inserisce l’umorismo rarefatto di un Murray forse al suo ruolo migliore. Ed è quando la sua faccia butterata e lunga può riempire lo schermo che il film prende quella leggerezza di tono che purtroppo non sempre riesce a sostenere. Troppi jump-cuts, che sembrano essere diventati sinonimo di auteur quando una buona struttura formale non si riesce ad articolare, troppi stereotipi sul confronto oriente-occidente, troppo “già visto” sul rapporto di coppia e le variazioni sul suo deteriorarsi. Lo stile che aveva fatto intravedere nel Giardino delle Vergini Suicide sembra perduto, soppiantato da una sinistra somiglianza con il Soderbergh di Full Frontal. Le conclusioni – se di conclusioni si può parlare in un film che sembra non avere un tema – sono prevedibili e generalizzate, ma la visione scivola via accompagnata da una colonna sonora encomiabile, oscillante fra la canzone d’autore e la musica elettronica, in un insieme che tende forse a gratificare più l’udito che la vista. Tuttavia la vicenda è talmente rarefatta che ciò che resta sono le gag, inserite in un contesto dolce-amaro che strizza l’occhio al botteghino e alla critica al tempo stesso.

Sofia Coppola è davvero cresciuta: LOST IN TRANSLATION (no comment sul titolo italiano affibbiato alla pellicola) non è solo una commedia agrodolce e straniata, dialoghi prosciugati, che non lesina in gesti e silenzi ma anche un film di notevole coerenza stilistica. L'opera, narrando di un incontro di solitudini, dipana lentamente il filo che lega le esistenze dei due protagonisti affidandosi alla straordinaria mimica di un Bill Murray di bravura commovente che, se da un lato propone i suoi numeri consueti - ma è stato scelto per questo: un ruolo che in qualche modo lo rispecchia - dall'altro non risolve tutto in gag, dimostrandosi perfetto anche quando articola sulle tonalità minori. In LOST IN TRANSLATION domina una dolcezza mai leziosa che è il dato più rimarchevole del film: la capacità della Coppola di coniugare al meglio l'asetticità degli ambienti (un lussuoso albergo nella glaciale capitale giapponese) e l'umanità di un sentimento tenerissimo che cresce e si evolve, il tutto reso con naturalezza di scrittura e scelte di regia quasi sempre azzeccate. Il sentimento vagabonda assieme a quest'uomo e questa donna, il sesso è accantonato, si ha voglia solo di sentirsi vicini, di avvertire accanto a sé la presenza dell'altro: Tokio getta in confusione delle vite già confuse e indecise e lo scavo intimo, particolarmente delicato, mette bene in luce lo smarrimento della coppia, il suo impacciato ritrovarsi in un rapporto cui non riesce a dare un nome. Qualche lungaggine di troppo ma un gusto visivo di tutto rispetto quello della Coppola, autrice anche di soggetto e sceneggiatura. Musica fighissima: in casa Jonze con queste cose non si scherza.

Tokio Blues

Giappone e America a confronto nell'incontro di due solitudini a Tokio: lui è un divo in trasferta per una pubblicità, lei la giovane sposa di un fotografo di moda molto quotato. Entrambi americani a disagio in terra straniera, lontani da amici e conoscenti, perduti in un grande e lussuoso albergo, si incontrano, un po' per caso, un po' per sopravvivere alla noia e stabiliscono un contatto. È tutto qui il lungometraggio di Sofia Coppola che, dopo il deludente "Il giardino delle vergini suicide", sembra non essere più assillata dalla necessità di dimotrare di non essere una raccomandata. Nella prima parte il film si impaluda nei luoghi comuni, con i giapponesi filtrati da un punto di vista occidentale, tutti salamelecchi e moine, orribile televisione, stupidi passatempi, alta tecnologia e karaoke. I siparietti comici di Bill Murray alle prese con gli inconvenienti di un'altra cultura, pur strappando qualche sorriso, paiono vittime del pregiudizio. Per fortuna non è questo ciò che interessa alla giovane regista, che infatti si sofferma soprattutto sull'incontro dei due protagonisti: entrambi profondamente infelici e incapaci di dare una svolta costruttiva alla propria vita. Riusciranno a trovare, l'uno nell'altra, uno spiraglio di calore, coccole reciproche e affetto. Niente sesso, non è quello di cui sono deficitari, ma un tepore in cui trovare rifugio, in cui potersi esprimere liberamente senza sentirsi giudicati. Impaginato con eleganza, molto attento alle scelte musicali e sonore, ben interpretato (soprattutto da Scarlett Johansson, giustamente vincitrice del premio per la migliore attrice nella sezione Controcorrente, mentre l'apparente imperturbabilità di Bill Murray ha ormai stancato), il film rischia più volte di disperdersi per poi riacquisire intensità. Volutamente raggelato, "Lost in translation" sconta un certo distacco anche a causa dei personaggi rappresentati: le dinamiche emotive sono universali, ma le pene di due miliardari in vacanza creano per forza di cose un'empatia limitata.

Tradotti in Giappone

Il regista pubblicitario giapponese parla a lungo ma l’interprete è laconica: è possibile che ci si perda solo per la traduzione (che "traduce", nel senso latino, due americani in Giappone)? E’ la stessa domanda che la regista pone riguardo due affinità solitarie ed insonni su di un pianeta alieno (per alienati o alienante), confondendo la commozione del Breve Incontro con la tenerezza di un rapporto disinteressato ma impossibilitato a durare, vuoi per la bolla di sapone che scoppia al primo decollo, vuoi per il richiamo di un vissuto consolidato altrove. La Coppola si perde nella sintassi, fra vocaboli gratuiti (il dettaglio delle natiche sui titoli di testa?), vocali troppo accentate (il karaoke), una costruzione della frase più farraginosa che aperta all’interpretazione e il poco dignitoso errore di confondere il mezzo (il Giappone come allegoria dell’estraneità) con l’oggetto dello scherno che sfrutta i divertenti bronci del grande Murray: i due protagonisti non vogliono fuggire da un momento di apnea ma da un paese che sembrano disprezzare con altezzosità! Il talento sta nel clima evocativo e nel passo continuamente interrotto/dispersivo che trova l’armonia con il dolce crescere dell’affetto: la perfetta scelta dei brani musicali e gli sguardi stralunati sul Sol Levante lavorano sul primo, la malizia disattesa (quando giacciono insieme sul letto) e la scomparsa del senso di solitudine sul secondo. Non più persi, i due protagonisti si danno a La Dolce Vita, ma le stizze di gelosia (lei e la cantante) non hanno modo di crescere quando la partenza è vicina e s’ode il richiamo dei figli, di un’altra vita sorda all’invito di permanenza. Per i sentimenti che suscita, forse, non è dissimile da tanti amori soffocati visti sul grande schermo, con la differenza che dimentica, volutamente, di tradurli in amore di coppia, lasciandoli sospesi nell’alchimia fra due persone che si piacciono, si riconoscono e si rincorrono per abbracciarsi meglio. Ambiguo come le parole mute che Murray le bisbiglia all’orecchio.

Due solitudini si toccano, ammaccandosi, in un lussuoso e triste hotel di Tokyo. Sceneggiatrice e regista, Sofia Coppola racconta lo spaesamento esistenziale e sentimentale di Charlotte (una trattenuta e intensa Scarlett Johansson) e Bob (un Bill Murray sornionamente sotto le righe) con una misura stilistica davvero sorprendente. Scrive in levare. Scherza con gli stereotipi etnici. Mette subito fuori gioco i cliché dell'avventura clandestina e spiazza la tensione erotica giocando su sfocature, flou, intermittenze e raffinate variazioni di luce. Assieme al direttore della fotografia Lance Acord (Adaptation, Buffalo '66) riesce a creare un'atmosfera tenue e sensibile, una Stimmung che partecipa alle vibrazioni emotive dei due protagonisti, immergendoli in morbide penombre, avvolgendoli in azzurri teneramente malinconici o separandoli con improvvisi e accecanti bagliori. Una messa in scena attraversata da cornici, riflessi, inquadrature mobili (molte panoramiche orizzontali e tanta camera a spalla), sottile nel decentrare i corpi e capace di cogliere la leggera, volatile impermanenza dei sentimenti. Con dolente e rarefatta essenzialità, semplicemente guardando.