Drammatico

L’ORA DI RELIGIONE

TRAMA

Un pittore, dichiaratamente ateo, scopre che sua madre potrebbe essere fatta santa…

RECENSIONI

Un uomo, mediamente in crisi (con la moglie e il lavoro, e più ancora con se stesso), è coinvolto dai familiari in un assurdo processo di canonizzazione: si tenta di elevare agli altari una donna come tante, sua madre, per ragioni tutt’altro che spirituali.
Non solo un pamphlet sulle poco adamantine attività di una Sede sempre meno santa, ma un ritratto al vetriolo di un’alta borghesia (non solo capitolina) che è morta e non lo sa: una Roma che sfoggia, con raro autolesionismo, le vette raggiunte dalle “buone cose di pessimo gusto” fa da cornice e specchio a una classe sociale ormai liquefatta, sopravvissuta a se stessa (le feste come banchetti funebri), persa in cerimonie ormai svuotate di ogni senso possibile (il duello, pomposamente allestito e subito concluso), in un orizzonte in cui l’unica forma “stabile” di aristocrazia deriva da un’assidua pratica dei saloni vaticani, fra elaborate genuflessioni e anelli pacchiani.
Il nuovo film di Marco Bellocchio indaga inoltre un tema da sempre caro all’autore: la conflittualità fra passato e presente, il legame di amore e odio (più di questo che di quello) che deve esistere fra il padre (o la madre) che ha cessato di vivere, ma non si rassegna, e il figlio che vuole nascere, e non può farlo se non attraverso la morte del genitore. Veicolo della vita indipendente, dell’unica vita reale, è la ribellione, l’aperta abiura del conformismo, in qualunque veste, “spirituale” o cinica; soltanto l’amore, desiderio del bello, riesce a sbloccare le lancette del Tempo, altrimenti congelate in un’attesa inevitabilmente vana (l’udienza eternamente “sospesa”, quasi un ricordo de “Il fascino discreto della borghesia”). Su tutto e tutti vigila il demone dell’ironia: il sorriso distruttore di Ernesto si contrappone a quello, simile e contrario, della madre, strumento di silenziosa e beffarda dominazione.
La confezione è squisita (da applausi la luce plasmata da Pasquale Mari), il contenuto non originalissimo ma di pregio: perché il risultato finale è tanto misero?
Prima di tutto, la sceneggiatura (del regista) sarebbe ideale per un serial televisivo: ingoffita dal desiderio di spiegare tutto (salvo concedersi facili fughe nel nonsense) e appesantita dalla scelta di ripetere le medesime idee quaranta volte a sequenza, non è che un centone di luoghi comuni concettuali e lessicali (la love story di prammatica), intervallati da tratti grotteschi volti in piatta caricatura (i prelati da operetta). L’ironia, che pure non manca, è spesso bamboleggiante; i momenti più spassosi derivano da battute sussurrate, fulminee (la scena del duello), e più ancora dalla recitazione, quasi sempre atroce.
La messinscena è enfatica e al tempo stesso rozza: un interminabile palleggio campo-controcampo, “sorretto” da una musica monocorde e invasiva e intervallato da ralenti e altri effetti più o meno speciali, permette alla noia di serpeggiare fin dai primissimi minuti; di conseguenza, il culmine emotivo dell’opera (la doppia bestemmia che tanto scandalo ha suscitato e susciterà) potrebbe non essere notato dallo spettatore, già fra le braccia di Morfeo.
Peccato. Soprattutto per quegli attori (Castellitto, Degli Esposti, Bertorelli) capaci di incarnare alla perfezione i rispettivi personaggi.

“E’ necessario avere dei protettori” dice la zia Piera degli Esposti al nipote Ernesto. Lei, come tutti i membri della famiglia, vuole riappropriarsi di un prestigio perduto a causa della scarsa acquiescenza al potere di alcuni suoi nipoti. Uno, l’ex terrorista, si è già redento, è già rientrato nella madre chiesa per convenienza (per sfuggire al carcere); ha, in poche parole, venduto l’anima al diavolo (mi si perdoni il blasfemo paradosso). E’ dunque un fallito. Un altro, Egidio, non più in grado di confrontarsi con la realtà, rompe un assordante silenzio con grida blasfeme. Anch’egli ha fallito ma, al contrario del ribelle pentito, ha mantenuto una purezza ed una integrità che sono proprie solo dei folli e degli artisti. Il terzo è il sopraddetto Ernesto, artista, ateo, cultore del Bello, che è riuscito, con estrema difficoltà, a costruire una vita moralmente esemplare mantenendo il giusto equilibrio tra ordine e follia, sublimando le proprie passioni e correggendo le bruttezze del mondo (tipo il Vittoriano) con la finzione artistica. Questo precario equilibrio è rotto dall’improvvisa irruzione di un messo papale. La notizia del processo di beatificazione della madre lo mette profondamente in crisi. Tra festini assurdi, contini da operetta, cardinali saccenti, miracolati puttanieri, si consuma il travaglio dell’artista che è anche e soprattutto un conflitto interiore che nasce dalla constatazione di essere rimasto legato ad un passato che credeva di aver superato. Così riscopre il sorriso della madre, apparentemente caritatevole e generoso, in realtà segno di inaffettività ed impotenza. Tale sorriso sembra ritrovarlo nella sua faccia, nel suo modo di atteggiarsi, nel distacco ironico con cui affronta un modo; uno schermo difensivo che fa nascere in lui un conflitto, fa sorgere in lui una inquietante domanda: “sono effettivamente lontano da mia madre, mi sono realmente liberato da quel sorriso terribile che oggi viene vergognosamente santificato?”. A questo dilemma si somma quello relativo all’educazione del figlio, con una fondamentale differenza: mentre il problema della madre riguarda un passato che si voleva rimuovere, quello del figlio riguarda un futuro da costruire con cura ed amore. Dunque la questione è duplice e doppiamente complessa. L’atto finale, estremamente positivo, testimonia l’avvenuto distacco ed insieme il mantenimento di una invidiabile e rara purezza morale. Tra Borges e Kafka, Bellocchio descrive un mondo dominato da poteri occulti, strettamente sorvegliato dalla longa manus del Vaticano, in stretta combutta con le logge massoniche. Il potere spirituale fonda il suo potere sul timore che ha la gente di rinunciare a riti, abitudini, tradizioni che segnano la vita in una società che dovrebbe essere laica. Tutti, eccetto l’Artista e il Folle, accettano passivamente di sottomettersi a questo sistema teso ad occultare verità e a diffondere menzogne. Una Roma così cupa, vaticanocentrica, non si è mai vista al cinema (basti fare un confronto con quella da cartolina de “Il più bel giorno della mia vita”). Raramente il cinema italiano aveva osato descrivere con tale puntualità il conflitto tra arte e potere con tutti gli annessi e connessi (il problema della coerenza, della libertà di espressione e di pensiero). La scena nell’ospedale psichiatrico è uno dei vertici del cinema di Bellocchio e di tutto il cinema italiano recente. Tutto il cast è in stato di grazia.

Il brutto titolo fa pensare ad una tavola rotonda televisiva e svilisce il soggetto del film, invece molto originale. Il pittore Ernesto Picciafuoco, ateo convinto, si trova a dover affrontare l'istanza di canonizzazione della madre, perseguita con avidita' dai familiari, speranzosi di poter sfruttare economicamente la presenza di una santa in famiglia. Il contatto con la burocrazia ecclesiastica offrira' al protagonista l'occasione di confrontarsi con un passato che ha voluto dimenticare. La cosa piu' strana della sceneggiatura, dello stesso Bellocchio, e' che non pone le basi per uno scontro, o comunque un confronto, a cui potersi appassionare o semplicemente partecipare. Il personaggio di Ernesto, infatti, interpretato da un bravissimo Sergio Castellitto, sembra avere gia' risolto da tempo i suoi conflitti nei confronti della madre, dei familiari e del rapporto con la propria fede, attraverso una scelta di non appartenenza a quel mondo. Tutto cio' che gli ruota intorno, quindi, appare piu' viziato dal punto di vista del regista, che conseguenza degli eventi narrati. Anche visivamente, al di la' della concretezza del protagonista, l'universo rappresentato prende le pieghe del sogno virato all'incubo, con situazioni assurde condite dalla recitazione stranita degli attori (anche se Jacqueline Lustig, che interpreta la moglie, sembra proprio involontariamente stonata). 
Alcuni personaggi che il protagonista incontra nella Via Crucis del film, riescono a comunicare la vacuita' di un mondo dove la forma ha preso il sopravvento, la ricerca di una propria identita' che superi i confini delle etichette, le insidie dell'intimita' famigliare, il tentativo di raggiungere una laica purezza di pensiero. Basta pensare alla bravissima Piera Degli Esposti, che impreziosice con il suo carisma il vivace personaggio di zia Maria. Ma anche le altre zie, il conte Bulla, il miracolato, il fratello blasfemo. Altri, invece, non riescono a superare il confronto tra scrittura ed immagine e restano prigionieri delle intenzioni, come la pseudo insegnante di religione (forse l'episodio meno riuscito del film), la moglie inespressiva, il bambino chicchirichi', l'irritante editore, gli altri fratelli.
L'insieme risulta quindi disomogeneo. Coraggioso per il modo assolutamente personale ed originale con cui Bellocchio mette in scena la propria religiosita' laica, ma un po' incompiuto nella narrazione e senza un percorso intimo del protagonista davvero comunicativo.
Probabilmente non e' un caso la composizione dell'immagine con cui si conclude il film e che ricorre piu' volte nel corso della pellicola, in cui la famiglia e le figure ecclesiastiche sono schierate, immobili, in fondo ad una sala. Ricorda molto i quattro terribili carnefici di "Salo' o le 120 giornate di Sodoma", come a rimarcare l'invariabilita' delle oscure pulsioni collegate all'esercizio del potere (tra l'altro Bellocchio era il doppiatore di uno dei quattro lucidi assassini del film di Pasolini).

Ernesto Picciafuoco è un uomo della modernità, la sua azione, che poi è l'oggetto privilegiato della finzione - l'aderenza al suo pdv è palese e non solo fisica, è in relazione con la propria personalità (individuo sociale), col proprio desiderio (arte e amore), con la tecnologia (le video elaborazioni ma pure il telefono) e, contemporaneamente, è legata al dissidio relativo agli stessi.
Uomo di mezz'età separato con un figlio, si professa ateo e fa discorsi di morale.
Qual è mai la morale dell'essere in mezzo? Ernesto ha perso l'innocente visione del bambino -suo figlio- che tenta di liberarsi della presenza del dio cristiano perché s'egli è ovunque allora dov'è la libertà? Allo stesso tempo la sua visione del mondo, la sua crescita di silenzioso intellettuale che tenta il distacco dell'automatico sorriso (ironico quanto ottuso, come quello della "santa") gli impedisce di accettare quanto la zia, la "tigre", gli propone, la scommessa pascaliana è da arroganti pronti a tutto (pronti a morire.) come appunto lo pseudo-tomismo fanciullesco appare d'abbagliante semplice ingenuità: altro procedimento logico - dio è tutto e ovunque quindi ogni mossa è determinata - altro fallimento. Le premesse sono quelle che il Nostro ripudia, l'effettiva presenza della divinità.
L'immanenza unica ch'egli possa accettare è quella dell'Io, dell'essere umano e della sua azione, personaggio in continuo movimento, traghettato da un incontro ad un altro, quindi specchio dell'agire è la morale, la coerenza, concetto che tenta di spiegare al figlio: la sfida del conte Bulla, ed il duello, arrivano a toccare Ernesto in modo sconvolgente, pur virato nei toni dell'onirismo manifesta la materialità della presenza umana, della violenza con cui la materia s'impone, in più il protagonista aveva rifiutato anche solo di considerare l'amore universale come una possibilità di vita.
Dinamiche di difesa e ricerca comprimono il pittore, la sua famiglia, ricca ottusa, decadente, la memoria di una madre stupida (bruciante e vivida immagine improvvisa), un bambino cui vorrebbe insegnare a vivere e che, in fondo non può difendere se non con l'affetto: una rincorsa verso il sentimento in cui l'emozione si manifesta col moto, il cambiamento. Dal silenzio alla parola, umana che più non si può, la bestemmia del fratello matricida, liberazione dall'oppressione sopportata ed il tenero abbraccio rallentato e sofferto, un'esplosione. Così il Vittoriano rielaborato si vivifica in una formalizzazione digitale, emblema di un brutto umano non da rimuovere ma da cullare in rinascita.
In una Roma stretta tra Vaticano - un passato spirituale che si propone in abiti di dominazione sociale (il protettorato, il denaro, il rito del salire le scale, dell'attesa) - ed un edificio enorme ed inutile, sintesi non solo di storia e politica ma della memoria (..altare..), Bellocchio stringe gli avvenimenti di pochi giorni, chiara la sua adesione alla visione del protagonista (i quadri sono opera del regista, le zie di "splendido" accento torinese sono sue parenti), senza evitare le contraddizioni di Ernesto (un ottimo Castellitto - belli i duetti col bimbo), l'affetto e la distanza rispetto i fratelli ad esempio, e facendosi forza di composizioni fortemente marcate (la festa, il duello) affresca d'ambiguità la vicenda, la ricerca umana fatta di percorsi casuali e volizioni, anche deboli.
Una conferma della ritrovata vena del regista dopo Il Principe di Homburg ed il seguente (pur schematico) La Balia.