Horror

LO SGUARDO DI SATANA

Titolo OriginaleCarrie
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2013
Genere
Durata99'
Tratto daCarrie, di Stephen King
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

La timida, gentile, carina, a suo modo sexy Carrie White è inspiegabilmente vittima di crudeli vessazioni da parte di tutti i suoi compagni di scuola. Scopre di avere dei poteri telecinetici. Li userà.

RECENSIONI

Quello di Carrie fu il primo De Palma di (ricercato e trovato) successo, in qualche modo riconciliato con le aspettative del pubblico, reso più asciutto e meno incline a farsi sedurre dalla teoria. Un film abbastanza lineare, dunque, non privo di virtuosismi cinematici ma poco disposto a giocare veramente con la forma. Però depalmiano. Con quel poco localizzabile ma onnipresente sopra le righe che rende il suo cinema come sovraesposto, sul baratro di un kitsch da fare solo intuire, ma intuire bene, con chiarezza. A generare una presa di distanza che certe cose te le fa accettare. E così, Carrie era un film dalle due anime, l'horror e il teen movie, che però riuscivano come a fondersi in un qualcosa che insieme trascendeva e superava i generi di riferimento, benché sia innegabile che la parte teen à la Grease apparisse in qualche modo svogliata e non del tutto a fuoco.

Carrie 2013 gioca le stesse carte, senza l'aggettivo depalmiano. Chiarisco meglio: non sto dicendo che 'il film è inferiore all'originale', affermazione che trovo sempre (quasi del tutto) priva di senso o comunque letteralmente pretestuosa, sto solo dicendo che Carrie 2013 non funziona. Le due anime, i due generi non dialogano mai e non trascendono, rimanendo anzi sospesi in un limbo. Intanto, Chloë Grace Moretz non è un brutto anatroccolo credibile. E' bella. E' sexy. E' solo un po' timida. Ma non c'è niente che possa giustificarne, anche superficialmente, lo status di bersaglio di attenzioni bullistiche così crudeli e universalmente condivise. Così, tutta la 'ferocia scatenante' delle compagne appare calata dall'alto di una sceneggiatura che si preoccupa degli effetti senza curarsi delle cause (la sequenza della doccia). Sissy Spacek aveva tutto un altro potenziale carisma negativo il che, unito alla depalmianità di cui sopra, salvava capra e cavoli di un impianto tutto sommato omologo.

E anche la parte strettamente Horror/Soprannaturale ha qualcosa di sfasato, decentrato. L'autoconsapevolezza di Carrie rispetto ai suoi poteri telecinetici viene portata avanti e sviluppata con modi e tempi che ricordano più gli X-Men che un personaggio realmente tormentato e vittima di un non-potere incontrollabile. Carrie diventa rapidamente una sorta di maestra Jedi (anche nelle movenze e nelle conseguenti scelte di regia), consapevole della propria Forza, una supereroina con grandi poteri e grandi responsabilità. Così facendo, si arriva alla scena madre sospesi in un mood indefinito (o indeciso), con le tessere del mosaico che non combaciano e un’attesa spettatoriale difficile da stabilizzare: chi è Carrie? Una scheggia impazzita vittima di se stessa o una Avenger pronta a fare strage di cattivi? Sarà entrambe le cose, più o meno. Come a dire nessuna. Colpirà a casaccio ma salverà qualche innocente (l'insegnante di educazione fisica).

Così l'efficacia della sequenza, giocata sulla dilatazione dei tempi e su un montaggio estenuante (nelle intenzioni, omaggio a De Palma) viene come disinnescata da questo peccato originale dell''indecidibilità'.

Ultima nota su prologo ed epilogo, divergenti rispetto a quelli della fonte. L'incipit avrebbe una sua forza, con ambiguità interessanti (è la telecinesi di Carrie a bloccare il braccio infanticida della madre?), anche se appare sciatto per altri aspetti non secondari ai fini della sospensione di incredulità (il realismo del parto, con un neonato/bambino di 5-6 mesi, la totale assenza di cordone ombelicale). La chiosa, invece, gioca col finale del 1976, frustrando le aspettative dello spettatore che attende una mano insanguinata che non arriva (ma arriva una crepa sulla lapide). Comunque meglio del finale alternativo che circola in rete, con la mano insanguinata partorita da Sue che precede il classico 'è tutto un sogno' (mano che ha un senso solo se riferita al ricordo del film di De Palma ed è priva di una sua vera coerenza e credibilità interna, anche se onirica).

Nelle intenzioni, rispetto al cult di Brian De Palma del 1976 (stesso sceneggiatore: Lawrence D. Cohen) e all’opera televisiva di David Carson, è una versione più in linea con il romanzo di Stephen King, più concentrata sugli aspetti psicologici e introspettivi, per uno studio caratteriale della protagonista, figlio dell’ambiguità e della repressione con ossessione cattolica per il peccato. Nei risultati, si è di fronte ad un teen horror liceale grossolano e convenzionale, e stupisce che alla regia ci sia Kimberly Peirce (Boys don’t Cry). Non c’è ambiguità nel personaggio di Carrie, è solo dipinto in modo inverosimile, appartato a scuola e sin troppo loquace e cosciente di sé a casa (la Sissy Spacek di De Palma sussurrava), cosa che non collima con l’idea di una figlia cresciuta nel terrore e in un rapporto morboso. De Palma puntava all’essenziale, per non ridurre il tutto a film adolescenziale di vendetta previo bullismo, come gli autori “alla moda” di questo remake. Alle sue figure bastavano poche note a margine: qui sono più caratterizzate ma la nota è monotona, commina dozzinali bad girl/boy o inverosimili santini (la Sue di Gabriella Wilde, il suo fidanzato). Tutto ben aggiornato ai tempi di youtube e con un’attrice minorenne (Spacek non lo era), ma Chloë Grace Moretz non è mai temibile, nemmeno quando scatena la sua furia nel finale. Peirce sviscera il rapporto con la madre, aprendo e chiudendo con il terrore della nascita (ma solo nella versione DVD: al cinema l’orrendo finale con esegesi di Sue al cimitero), approfittando di un cavallo di razza come Julianne Moore (un po’ troppo calcato e fuori tempo, però, il suo delirio religioso), ma non funziona il meccanismo di identificazione con Carrie, mancano del tutto il tema della rabbia e la catarsi dell’istinto incontrollato che si scatena sui molestatori: qui la telecinesi è studiata, esercitata, preparata, preannunciata ogni volta. Tanta cura nella messa in scena della mattanza finale, fino all’esagerazione (Carrie che muove l’asfalto e tortura i suoi aguzzini).