Thriller

LIMITLESS

Titolo OriginaleLimitless
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2011
Genere
Durata105'
Sceneggiatura
Tratto dadal romanzo "The Dark Fields" di Alan Glynn
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Eddie Morra non riesce ad iniziare a scrivere il suo romanzo. Un giorno l’ex cognato gli consiglia un nuovo farmaco in grado di sbloccare la creatività perchè in grado di potenziare le capacità celebrali umane. I benefici non tarderanno ad arrivare, accompagnati però da una serie di problemi collaterali legati proprio a quella piccola pasticca trasparente…

RECENSIONI

Che l'immaginazione per essere stimolata necessiti di un qualcosa che la smuova dal torpore di cui facilmente può cadere vittima è assodato. Che questo qualcosa sia un farmaco non testato o una qualche nuova droga non stupisce più di tanto e di per sé può anche costituire un espediente non innovativo di certo, ma discretamente fertile. Il problema nasce nella fase di sviluppo di queste che sono solo le premesse del film. Neil Burger affastella un'infinità di registri appartenenti a generi più disparati, senza che da questo caos conclamato prenda vita qualcosa che riesca ad oltrepassare in alcun modo, scavando in profondità, le reali limitazioni umane e cinematografiche.
Si ricorre a tecniche quali primi piani insistiti, flashback e accelerazioni esasperate senza che nessuna di queste scelte riesca a facilitare una qualche immersione nella psiche del protagonista che pare vivere un'ascesa vertiginosa monodimensionale, unicamente votata al raggiungimento di una pura soddisfazione carrieristica.
La mancanza di un'introspezione non costituisce di per sé un limite, ma diventa tale nel momento in cui invece di dilatare e di scivolare sulla superficie delle cose, dei volti, degli eventi ci si limita ad ancorare le mille possibilità di sviluppo della narrazione ad un unico punto di fuga che si spegne in se stesso molto presto. Invece di sfruttare la deflagrazione delle possibilità ci si adagia goffamente su un unico obiettivo che annichilisce e svilisce le eventuali potenzialità delle premesse.
La struttura stessa del racconto presupporrebbe un dinamismo vertiginoso, in grado di scavalcare le coordinate spazio-temporali per approdare ad una consapevolezza matura e complessa, per quanto difficilmente gestibile. Ci si aspetta che la regia segua questo filo conduttore, che si adegui a questa fluidità, espressione tanto cara alla concetto di postmodernità, e che assecondi il ritmo convulso di una mente liberata da schemi e condizionamenti.

Paradossalmente Neil Burger sfrutta tutti elementi che di questi condizionamenti rappresentano l'emanazione diretta, frustrando ogni apertura al caso e scadendo in un determinismo accademico decisamente datato. Fissarsi sui primi piani aspettando che un volto alluda da solo ad un'illuminazione interiore è decisamente ingenuo.
Più che una dichiarazione di liberazione, Limitless risulta essere la celebrazione manifesta di ciò che la mente e la società hanno partorito nei secoli, senza aggiunte e senza riletture.
Si tenta di fuggire attraverso una prospettiva centrale che forma simbolica era e che continua ad essere anche in questa sede, senza notare che intanto qualcosa sta cambiando fuori e dentro l'inquadratura cinematografica. Il ventaglio di scelte anche vitali che viene proposto ai personaggi dopo aver ingerito la fantomatica pasticca trasparente non è altro che un vecchio retaggio di immagini già viste (per imparare a combattere corpo a corpo basta aver visto qualche film o video di lotta) che si ripresentano in maniera alquanto grottesca (quale arma usare per sfuggire da un sinistro inseguitore? Una mazza da baseball, un paio di cesoie o un paio di pattini? Tutto qui). Infine che nelle intenzioni del regista ci fosse anche la possibilità di virare sui toni della commedia è innegabile, purtroppo però non reggono neanche i tempi comici e non bastano a riallacciare un tessuto narrativo sfilacciato e disarmonico.

Brillante l’idea di vedere gli effetti di un riattivato, sottoutilizzato, cervello umano: ma, romanzo di Alan Glynn a parte (“The dark fields”), la sceneggiatura di Leslie Dixon la butta sull’ilare, con incipit ‘catastrofico’ alla moda, Io narrante che ripercorre le tappe del protagonista e, a conti fatti, spreco dello spunto che si specchia in un personaggio (Eddie Morra) che sfrutta male le doti acquisite. Neil Burger segue a ruota e, come Eddie Morra, pensa solo ad essere “cool”, spassarsela, fare “soldi”: all’inizio intrigano i misteri sul creatore della droga, su chi sia a spiare il protagonista, su quali vette possa conquistare un super-uomo e quale super-progetto abbia elaborato. Lo stato iper-recettivo è restituito con l’uso di vari effetti visivi, tanto appariscenti quanto efficaci (stilemi da montaggio digitale, per una macchina da presa ad alta velocità che attraversa anche i muri) fra Mi Sdoppio in Quattro, salti temporali e luce sovresposta (tutto è più…chiaro). Mentre “l’eroe” è sempre più incastrato, sotto tiro da vari fronti (situazione da manuale), la semplice metafora della dipendenza da droga lascia il posto ad eventi a ritmo sostenuto che appassionano discretamente. In seguito, purtroppo, Burger perde la bussola in astinenza e passa alla dipendenza da Potere, ma è talmente assuefatto a velocizzazioni e salti temporali da dimenticare di dirci quale fosse il grande piano del protagonista (elemento chiave del racconto) o, se mai fosse desumibile (darsi alla politica?), dirci almeno in che modo lo abbia messo in atto eliminando gli effetti collaterali della droga (altro elemento chiave del racconto). Chiude dando tutto per scontato, senza limiti nel tradimento delle aspettative dello spettatore.