Drammatico

L’IMBALSAMATORE

TRAMA

Un tassidermista cinquantenne s’invaghisce di un giovane. Tutto procede più o meno bene, finché non entra in gioco una ragazza…

RECENSIONI

Una passione amorosa a senso unico fra due esseri opposti e complementari: sul viale deserto di un tramonto in riva al mare campano, nei campi nebbiosi presso Cremona, nello squallore piccolo borghese di appartamenti e camere d’albergo si consuma un rapporto impossibile, probabilmente (ma non sicuramente) mai divenuto concreto nel senso più banale della parola. Tre inetti, incapaci di cambiare la realtà o di adattarvisi, si scoprono prigionieri di un destino di sofferenza e morte, cui si abbandonano con la disperata rassegnazione di animali braccati. Al regista non manca l’ambizione: un melodramma suburbano in cadenze da noir, il cui fascino nero dovrebbe essere accresciuto dai continui riferimenti all’arte indicata dal titolo, che il protagonista applica (tenta di applicare) al suo rapporto col ragazzo e che finirà per segnare, in molteplici vie, la fine dei giochi. Allora, perché il film non è in grado di sollevarsi da una contegnosa mediocrità per nulla aurea? La struttura dell’opera, a tratti fascinosa ma inconsistente, è fatalmente minata da una sceneggiatura piatta e tediosa, che, incapace di approfondire personaggi, ambienti e relazioni, si dedica a divagazioni d’insistita inutilità (la camorra e i suoi estinti troppo cari) e si smarrisce in atroci dialoghi degni di una fiction da prima serata. Gli sviluppi del racconto sono inverosimili e risolti con sciatteria (l’ingresso di Deborah nella vita dei due uomini), il finale presuntuoso nell’imbarazzante “omaggio” a Psycho (non erano sufficienti le caterve di uccelli impagliati?), l’occasione d’indagare quel che lo spunto aveva d’interessante (il sorgere del desiderio, la relazione maestro/allievo) del tutto ignorata.
L’atmosfera notturna e claustrofobica è pregevole quanto manierata (penombre, corpi avvinti e squartati, cieli e nuvole, tramonti in seppia, grandangoli da qui all’eternità), la partitura della Banda Osiris è bella e invadente, la regia non si discosta da un disegno pedissequamente televisivo, rinnegando la qualità labirintica e visionaria che il tema avrebbe richiesto (sebbene alcune trovate, come la ripresa dall’alto della notte a tre o l’incubo, non siano disprezzabili); privata della sua componente limpidamente mortuaria, la tassidermia (come il cinema) si fa sterile (per lezioni su entrambi gli argomenti, rivedere un qualunque film di Peter Greenaway). Ma quello che affossa senza appello il film di Garrone (e che forse ne determinerà il recupero in sede di culto, fra qualche anno) è la non-qualità della recitazione dei suoi interpreti principali (per tacere dei comprimari). Ernesto Mahieux gigioneggia senza tregua o pietà; Valerio Foglia Manzillo mostra i pettorali e un totale disinteresse nei confronti di ogni espressione (in compenso ci “gratifica” con sorrisi a 64 dentoni); di Elisabetta Rocchetti è bello tacere.

L'originalita' del titolo e il suggestivo cartellone lasciano presagire un percorso insolito nel panorama del cinema italiano. E le aspettative, nonostante qualche riserva, non restano deluse. Il punto di forza del film di Matteo Garrone (presentato con successo a Cannes) non e' tanto nella storia, quanto nell'approccio stilistico. Il racconto prevede un atipico (ma in fondo classico) triangolo, in cui un aitante giovane si trova a dover scegliere tra l'amore ossessivo di un nano e quello di una bella ragazza. Il forte legame che si crea tra i tre viene piu' suggerito che mostrato e i personaggi hanno a disposizione molte piu' informazioni rispetto allo spettatore. Alcune vengono svelate nel corso della narrazione, altre restano un mistero insondabile che la conclusione lascia solo intuire. La sceneggiatura, pero', non riesce a mantenere costante la necessaria tensione e incappa in qualche forzatura, come nella banale entrata in scena del personaggio femminile o nella prevedibile meccanicita' del pre-finale, quando giunge l'inevitabile resa dei conti. Gli interpreti si calano nei personaggi con naturalezza, evitando schematismi o impostazioni accademiche. Molto bravo il protagonista Ernesto Mahieux e due volti da tenere d'occhio i giovani Valerio Foglia Manzillo e Elisabetta Rocchetti. A tenere le fila della storia, una regia attenta a valorizzare l'ambiente in cui si muovono i personaggi, coadiuvata dalla suggestiva fotografia di Marco Onorato. C'e' una sorta di continuita' visiva tra il deserto litorale campano e la perenne foschia di Cremona, quasi a sottolineare il fardello di ombre e dubbi che grava costantemente sui personaggi. Come se agli spostamenti da un capo all'altro della penisola non corrispondesse alcuna presa di coscienza in grado di lasciar finalmente trasparire qualche raggio di sole.