Drammatico

LEZIONI D’AMORE

Titolo OriginaleElegy
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2008
Durata106'
Sceneggiatura
Tratto dadall'
Scenografia

TRAMA

Stimato docente universitario, saggista di successo e critico teatrale, il professor David Kepesh ha un debole per le studentesse più attraenti e, nonostante la non più tenera età, non ha intenzione di rinunciare ai piaceri del sesso. La preda di fine corso è Consuela Castillo, studentessa di origine cubana dalle forme perfette dallo sguardo conturbante. Sfruttando la sua erudizione come arma di seduzione, David riesce a conquistare Consuela, ma una volta soddisfatto il desiderio erotico iniziano le complicazioni sentimentali: il professore si innamora perdutamente della sua studentessa e teme di perderla a causa della differenza di età che li separa (circa trent’anni). Per David il capriccio si tramuta così in ossessione e la sua gelosia, unita al terrore di dare alla relazione una forma ufficiale, finisce per allontanare Consuela. Ma la notte di capodanno di due anni dopo nella segreteria telefonica di David c’è un messaggio della donna: gli deve dire qualcosa d’importante, prima che sia qualcun altro a farlo…

RECENSIONI

Avvertimento preliminare: la seguente recensione presenta innumerevoli spoiler, se ne consiglia la lettura a visione effettuata.

Classe 1960, la regista catalana Isabel Coixet ci ha abituati a un cinema in cui il dolore è fattore e catalizzatore di verità: sia La mia vita senza me (2003) che La vita segreta delle parole (2005) ci mostravano personaggi traumatizzati e vulnerati che nella condizione della malattia e della sofferenza sapevano trovare la forza e la lucidità per riesaminare la propria vita e superare le barriere che li separavano dai sentimenti più urgenti e irrinunciabili. L’imminenza della morte e l’infermità si facevano “acceleratori di autenticità”, provocando l’uscita dei personaggi dalla dimensione della rassegnazione e spingendoli a un confronto diretto con il nucleo più vitale del proprio essere (La mia vita senza me) o con la cura premurosa dell’altro (La vita segreta delle parole). Adattamento del romanzo breve di Philip Roth L’animale morente sceneggiato da Nicholas Meyer (già cimentatosi nell’adattamento di un testo rothiano per Robert Benton ne La macchia umana), Lezioni d’amore, irrecepibile titolo italiano che traduce l’originale Elegy, può tranquillamente essere considerato il capitolo conclusivo di una “trilogia del dolore e dell’autenticità”, dal momento che anche in questo caso la fragilità fisica (connotata sia come anzianità sia come patologia) costituisce il punto critico per passare dall’apparenza alla sostanza dei personaggi rappresentati.

Chiuso nel prestigioso rifugio di docente universitario e saggista di successo, David Kepesh (un Ben Kingsley al di sopra di ogni critica) ha ridotto la sua vita emotiva all’attività erotica, vera e propria appendice masturbatoria di quella accademica: le conquiste di fine corso, favorite da un party che il professore tiene annualmente, si alternano agli incontri con Carolyn (Patricia Clarkson, strepitosa), una ex studentessa particolarmente tenace e inossidabile. Questa rassicurante routine solipsistica viene turbata e disturbata dall’arrivo di Consuela Castillo (la procace Penélope Cruz), studentessa di origine cubana dalle forme perfette dallo sguardo maliziosamente simile a quello della Maja di Francisco Goya. David dice a se stesso (in voce rigorosamente over) che vuole solo scoparsela, ma la logica del film dice a noi spettatori che il suo desiderio prefigura qualcos’altro, vale a dire un coinvolgimento affettivo che va ben oltre la semplice fornicazione. E così, una volta sbrigata la pratica copulatoria, il professore universitario si trova sul groppone il precipitato sentimentale dell’avventura erotica, con tutti gli interrogativi di rito che la situazione comporta: che cosa rappresenta lui per Consuela? La loro relazione ha un futuro? La giovane e desiderabile ragazza non finirà per preferirgli un coetaneo? E via dubitando. L’amico poeta George (Dennis Hopper, un pesce fuor d’acqua) gli suggerisce di tenere separati i piaceri del corpo dalle esigenze dello spirito, ma David, ormai irrimediabilmente infognato, non gli dà ascolto e si abbandona alla tormentosa voluttà dell’amore anagraficamente squilibrato (trent’anni di differenza, mica noccioline).

Ovviamente il trasporto sentimentale si incarognisce in ossessività e David, complice un’incorreggibile ritrosia a impegnarsi ufficialmente, si fa sempre più geloso e asfissiante, finendo per soffocare il rapporto a colpi di interrogatori e inadempienze (la goccia che fa traboccare il vaso è la diserzione della festa del master di Consuela, in cui lei aveva intenzione di presentarlo alla famiglia tutta). Esasperata e delusa dall’imperdonabile scorrettezza dell’amato (che simula un improbabile guasto alla macchina per non presentarsi alla festa), Consuela gli lascia uno sconfortato messaggio in segreteria, in cui gli fa capire che la storia è chiusa per sempre. David passa due anni tra crisi depressive, morte dell’amico George e mesti incontri con Carolyn, finché Consuela si rifà viva con un altro messaggio in segreteria in cui gli comunica che deve dirgli una cosa molto importante prima che siano altri ad informarlo. È la notte di fine anno, i due si incontrano e Consuela gli rivela che ha un cancro al seno: prima che il suo corpo statuario venga deturpato dall’intervento chirurgico desidera che David la fotografi in “posa maja”, dopodiché sarà pronta ad andare sotto i ferri. È in questo frangente che finalmente i due individui, feriti e indifesi, giungono a comunicare autenticamente, attraverso un atto di concessione reciproca che avviene all’insegna dello sguardo: Consuela si dona all’obiettivo della macchina fotografica (categoricamente analogica) di David, l’uomo che più di ogni altro ha adorato il suo corpo, e David offre il suo sguardo d’amore a un essere che sotto la perfezione delle forme nasconde una fragilità spaventosamente invisibile. Dopo la comunione della carne quella dello spirito, realizzata per mezzo della fissazione fotografica (e indirettamente cinematografica).

Il lunghissimo e dettagliatissimo resoconto è meno inessenziale di quel che sembra: solo grazie a questo è dato comprendere quanto la tematica centrale del romanzo di Roth (non imprigionare la vita in schemi precostituiti, liberarsi dalle convenzioni sclerotizzanti) si saldi alla poetica di Isabel Coixet (ritrovare l’autenticità dei sentimenti nel dolore). I due universi dialogano intimamente nella necessità di superare i limiti imposti dai pregiudizi e dalle convenzioni, in virtù dell’effetto scompaginante prodotto dalla presenza femminile. Una presenza che, irrompendo nell’universo maschile con la sua prepotente fragilità, mette a soqquadro l’ordine preesistente costringendo a fare i conti con la sorprendente imprevedibilità dell’esistenza. Ma se nel film la fusione concettuale tra i due mondi è salda e ben necessitata, non altrettanto spigliata e disinvolta è la messa in scena adottata da Isabel Coixet: la cineasta catalana soffre visibilmente i dettami di una sceneggiatura dalle maglie troppo strette, che la obbliga a ricorrere a soluzioni rigidamente convenzionali (campi/controcampi schematici, primi piani perseveranti) e a limitare eccessivamente la sua prerogativa cinematografica più suggestiva, vale a dire la capacità di allargare la visione al contesto (apertura che dava un respiro struggente a La vita segreta delle parole) e captare nell’inquadratura le sottili vibrazioni del non detto traducendole in pura motilità della cinepresa (da lei personalmente manovrata). Risultato: un film cerebralmente compatto e conseguente ma cinematograficamente sacrificato all’illustrazione pedissequa della (sin)tesi. Sequenza da ricordare: il primo contatto erotico tra David e Consuela sulle note sospese della Gnossiene III di Erik Satie. Sequenza da dimenticare: il plateale malore di George dopo la pomposa introduzione dell’amico. Fotografia del fido Jean-Claude Larrieu, con Coixet a partire da La mia vita senza me.