Drammatico

LE OMBRE ROSSE

TRAMA

2007, governo di centrosinistra. Un anziano intellettuale ha un’idea: trasformare il centro sociale Cambiare il mondo (!) nella Casa della cultura teorizzata dallo scrittore francese André Malraux. E il dibattito impazza nei salotti rossi._x000D_

RECENSIONI


A Citto Maselli va riconosciuta una cosa: non teme di parlare al presente. Al contrario della diffusa tendenza odierna (americana, ma non solo) di rivolgersi al passato per alludere a oggi, il regista più militante del cinema italiano allegorizza proprio l’attualità. In breve: pavidi dirigenti del centrosinistra, con convinzioni titubanti o nulle, strumentalizzano i movimenti dal basso (la gente comune), si dividono anche tra loro, poi si accordano in nome del denaro. E intanto perdono le elezioni. Pieno di “riferimenti casuali” a figure note, Le ombre rosse è un buon articolo di giornale, ma questo non basta. Se il senso della metafora – come ogni metafora – è più che mai legittimo, infatti, il contenuto non viene sviluppato: l’impressione è che la forte partecipazione del cineasta gli annebbi anche la vista. E così nessun personaggio risulta davvero delineato, da entrambi i lati della barricata: gli intellettuali rossi si danno al suggerimento per lo spettatore (“Questa legge può passare, d’altronde siamo al governo”) o all’esplicitazione del pensiero intimo (“Non so se credo davvero a quello che faccio”…), quando non sono vittime di una sfacciata deriva simbolica – Herlitzka dietro la finestra è la sinistra sottovetro; i giovani attivisti cadono spesso nell’equa ripartizione dei caratteri (vedi il disilluso contro la “resistente”) e propongono una serie di semplificazioni irricevibili, come l’accenno alle abitudini dei militanti che dormono svestiti nello stesso letto. La raccolta di tali scenari, se potrebbe passare in un contesto più finzionale, stona invece in virtù del sottinteso realista: il film mette il piede in due scarpe, rilevare lo specifico dei centri sociali e colpire una classe di finti illuminati, poi però sceglie un approccio evidente e diretto che cancella le tracce di verosimiglianza. Non mancano i momenti più riusciti, affidati soprattutto ai rari dettagli (la scuola babelica guidata dalla maestra nera, uno squarcio di sincero umanesimo), come quelli didattici e meno risolti – la tranche degli attori disoccupati, leggi: l’arte umiliata dalla politica. Ma il vero peccato è la rinuncia alla costruzione estetica: non si segnalano scene nella memoria, l’impegno (anche tecnico) è tutto concentrato sul teorema da dimostrare, poco spazio all’aspetto visivo. Insomma quello che dice il regista è chiaro, come lo dice non accende l’attenzione. Lode alla vibrante apertura musicale.