LE AVVENTURE ACQUATICHE DI STEVE ZISSOU

Titolo OriginaleThe Life aquatic with Steve Zissou
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2004
Genere
  • 66852
Durata118'
Scenografia

TRAMA

Steve Zissou, oceanografo e cineasta, si vuole vendicare di un fantomatico “squalo giaguaro” che ha divorato il suo miglior amico durante le riprese di un documentario; mette su lo Zissou Team e si imbarca nella spedizione in compagnia della moglie, di quello che forse è suo figlio e di una giornalista al quinto mese di gravidanza…

RECENSIONI

Dopo I Tenenbaum, che sembrava sancire tra molte imperfezioni la definitiva nascita di un autore, arrivano queste Avventure acquatiche di Steve Zissou a sollevare, se possibile, ulteriori dubbi e perplessità. Dal punto di vista tecnico-stilistico, Anderson continua a prediligere una disposizione rigida e geometrica del profilmico e le inquadrature fisse[1] movimentate da rapide (e volutamente povere) panoramiche/contropanoramiche, ideale rappresentazione visiva di una progressione narrativa statica, costruita sul susseguirsi di quadretti e sottoquadretti surreali ma (almeno stavolta) abbastanza coesi. Tornano anche i “tic costumistici” (il cappellino “cousteauiano[2]” di Bill Murray o le infradito di Jeff Goldblum, ovvie andersonate à la “kimono di James Caan[3]” o “tuta da ginnastica rossa di Ben Stiller e figli”), una sceneggiatura imprevedibile tendente al folle, le digressioni pseudo-documentarie (vedi Rushmore) e una galleria di personaggi strampalati e indecifrabili, accarezzati da accenni di introspezione lasciati cadere nel nulla e immersi in un contesto umoristico algido e straniante. Tutto è molto Anderson, insomma, dunque molto riconoscibile, dunque molto autoriale, ma anche (già) autoreferenziale ed involuto. Le avventure acquatiche di Steve Zissou è infatti un film fondamentalmente noioso, che non riesce a contestualizzare e rendere organici i tempi morti e i “giri a vuoto” dei quali sembra, snobisticamente, bearsi, né a controbilanciare tali vezzi d’autore con le massicce dosi di raffinato ma sano divertimento che il regista aveva saputo garantire in passato. Ne risulta una generica sensazione di distanza, di involontaria seriosità solo parzialmente rivitalizzata da trovate genialoidi (le varie creaturine animate in stop motion da Henry Selick[4] e l’utilizzo di una CG volutamente vintage) che però di rado funzionano davvero: su tutte, l’idea migliore è senz’altro quella delle musiche[5] diegetiche affidate al personaggio di Pelé che si esibisce in irresistibili cover acustiche, rigorosamente in portoghese, di David Bowie.