Drammatico

LADRI DI BICICLETTE

TRAMA

Un uomo, accompagnato dal figlio, cerca la bicicletta che gli è stata rubata.

RECENSIONI

In STARDUST MEMORIES c’è un breve e illuminante dialogo a proposito del film di De Sica. A Daisy, che sottolinea la necessità di collocare LADRI DI BICICLETTE nel contesto dell’Italia del dopoguerra, Sandy fa notare che il senso dell’opera non si coglie appieno con una simile operazione interpretativa: la cosa davvero rilevante è la struttura della rappresentazione, il meccanismo narrativo della perdita e della ricerca, la successione di ombre luminose che capovolge l’impalcatura opacamente marxiana e fa del contesto sociale (storiografico, agiografico e via divagando) la sovrastruttura opposta alla struttura vera, quella cinematografica. Sembra un’ovvietà, forse lo è, ma è un’ovvietà di cui ci si dimentica (troppo) facilmente, di fronte a un classico che, in quanto classico, tutti conoscono e pochi hanno visto, o, almeno, pochi hanno visto nel modo più semplice e difficile, al di là di recensioni glorificanti e anodine, nonostante (pre)giudizi frettolosi e alla moda, a dispetto dell’alito di morte che avvolge voci corpi occhi lontani, sempre meno presenti. Il fatale percorso di padre e figlio, coppia deforme e letteralmente edipica (il genitore accecato dalla frustrazione, guidato da un bambino solo in apparenza ingenuo), si trasforma in un’inutile via crucis che tocca gli sterili simboli del mondo (dalla Chiesa alla santona). L’attesa, le speranze, la tensione di mesi si disintegrano in un unico giorno di festa: i passi di un’immensa disperazione rimbombano nel vuoto del tripudio generale, l’urgenza del destino non sente ragioni, la punizione del delitto è solo un bagliore, l’infamia e la morte restano sospese, in un epilogo che non conclude, perché un finale qualunque sarebbe uno sconto di pena, inammissibile nel masochistico CERCHIO del dramma filmico. Melò struggente e irritante, costruito con sagacia visiva (il gusto floreale degli interni variamente sacri), LADRI DI BICICLETTE è (parafrasando la frase di lancio di un film recente e molto meno rilevante) la storia di tutte le storie di perdita, un gorgo insofferente di etichette e accademie, una struttura che, smontata e analizzata nei dettagli (soprattutto recitativi), si rivela un po’ meccanica e involuta, e, ricollocata sullo schermo, rimane misteriosamente, brutalmente magnetica. Stavolta, il voto è inessenziale (e segreto).