Drammatico

LA ZONA

TRAMA

Tre teenager penetrano nella casa di un’anziana signora residente ne “La Zona”, un quartiere blindato nel cuore della Città, ma il loro tentativo di rapina va storto: la donna resta uccisa e i guardiani sparano a due dei tre ladruncoli mentre il terzo, Miguel, fugge e si nasconde nello scantinato del sedicenne Alejandro.

RECENSIONI

Premio Venezia opera prima – Leone del Futuro, il film, attraverso il modulo del fantasy (la Zona, quartiere residenziale blindato in cui i residenti di fatto si fanno giustizia da sé), si pone come aperta critica nei confronti di quella che è una situazione generale del Centro e del Sud America, laddove le differenze tra ricchi e poveri sono sempre più macroscopiche e ai privilegi crescenti degli uni fanno riscontro il disagio e la scelta della delinquenza per gli altri. Il merito di Plá è di non fare di questa denuncia un manifesto, ma di usarla ai fini della riuscita narrativa del film: nel mondo protetto della Zona, dove si organizza con facilità una ronda notturna e la caccia all’uomo diventa pratica globale, un mondo completamente separato dalla realtà controversa di una metropoli fatta di baracche e povertà, c’è una diversa violenza, non meno pericolosa, sicuramente più perversa. Girato prevalentemente con camera a mano, fotografia contrastata come richiede la materia, montaggio sincopato: la critica sociale si traveste da film d’azione e le ragioni dell’intrattenimento vengono ossequiate al pari di quelle dell’impegno; in questo difficile equilibrio, che viene mantenuto per tutta la durata, va visto il merito principale di un lavoro che, ricordando un po’ Cane di paglia (ma l’inizio e la fine rassembrano quello di Velluto blu con l’immagine idilliaca del quartiere in ralenti che adombra una realtà del tutto differente), riflette sulla paura dei pochi di perdere i propri privilegi, sull’uomo che torna bestia di fronte alla minaccia del proprio benessere, sulla possibilità/speranza che le nuove generazioni scavalchino gli egoismi e guardino all’altro per tendergli la mano.

La zona è di sicuro un film che colpisce, nel senso letterale del termine, e la sua forza non è paragonabile a quella di un pugno nello stomaco, che esaurisce il suo effetto in pochi istanti: al contrario penetra in profondità e fa terra bruciata di tutto quello che trova. Da un punto di vista visivo La zona, fatta eccezione per una scena sulla quale torneremo, non è un film particolarmente violento: la violenza non è relegata in superficie, come dato accessorio, estetico; al contrario è tutta nel nucleo profondo dell'opera, della quale si pone come elemento strutturale.
Potremmo dire anzitutto che la sensazione psicologica – e anche fisica – dominante è un feroce senso di oppressione che lo spettatore sente sempre più gravare su di sé senza vie d'uscita. A un livello superficiale è la situazione diegetica che di per sé è claustrofobica: ci troviamo in uno spazio chiuso dove è difficile entrare e impossibile uscire; uno spazio privo di contatti con l'esterno, nei fatti autonomo sul piano politico, giuridico, morale. È uno spazio chiuso non solo fisicamente: non c'è possibilità di opposizione alla legge della maggioranza e gli altri – o l'Altro, per anticipare quanto si dirà più avanti – sono annichiliti, resi nulli o fatti scomparire. Tutto questo rende la Zona, non de iure, ma de facto, un regime totalitario. C'è anche dell'altro: al polo opposto alla Zona, la Città si configura come un universo senza ordine né forma, del quale si fatica a trovare il senso: la condizione dell'uomo – codificata in modo rigido nella Zona, tanto da perdere autonomia e autenticità – è ugualmente assurda nella Città perché senza statuto, definizione, forma; se nella Zona tutti svolgono un ruolo preciso in un microcosmo che si vuole perfetto, nella Città ognuno è abbandonato al suo destino. Dunque anche la Città è opprimente, in modo uguale e opposto alla Zona: agorafobica nel suo essere priva di ogni punto di riferimento (e le stupende riprese di Plà sulle distese di baracche sottolineano in modo egregio questo aspetto).
La sceneggiatura è tuttavia molto abile nel lasciare una speranza, condensando in un solo elemento l'unico punto di fuga della Zona e l'unico sostegno della Città: la polizia. È una traccia che non viene demolita subito, anzi rafforzata per tre quarti del film garantendo la tensione narrativa: lo spettatore, di fronte al crescendo di orrori che matura davanti ai suoi occhi, si aggrappa all'ultima forza che vede così operosa, attiva, in grado di cambiare la situazione. Sarà dunque di fortissima intensità drammatica il momento in cui tutto crolla e la polizia si rivela bieca come e più degli altri, dissolvendo ogni speranza di una soluzione positiva.
A questo punto ci tengo a fare una precisazione: il racconto di Plà non è realistico, perlomeno non a un livello superficiale. Il regista messicano fa riferimento a una tradizione narrativa solo di recente codificata in genere dagli studiosi: la distopia, che affonda le sue radici nel fantastico del secondo Ottocento (Stevenson, Shelley, ma soprattutto Wells) e trova i suoi maggiori esponenti nel secolo successivo (Orwell, Dick, Bradbury, Huxley), oltre a essere frequentata in maniera episodica o parziale da alcuni grandi (Kafka nel Processo, Ionesco nel Rinoceronte, Vonnegut in Galàpagos e Saramago in Cecità, solo per citarne alcuni). La distopia è il racconto di un futuro in cui alcuni – o tutti – gli aspetti negativi del presente sono amplificati fino al parossismo: si vedano la polizia del pensiero di 1984, i virus devastanti di Galàpagos e Cecità oltre a catastrofi naturali, guerre atomiche e così via. In particolare Plà si riallaccia a un filone inaugurato da Wells nella Macchina del tempo, caratterizzato dalla contrapposizione tra una città perfetta, abitata da uomini bellissimi, e le sue viscere, dove sono nascosti i reietti della società; filone che trova un rappresentante cinematografico illustre in Metropolis di Lang. La vicenda elaborata da Plà sembra essere molto lontana dal mondo reale – tanto da poter essere accusata di toccare in alcuni punti eccessi inspiegabili – ma è questa una caratteristica propria della natura del racconto distopico, ovvero della forma narrativa scelta dal regista, che proietta in un mondo altro le caratteristiche del mondo nostro: la distopia è dunque un racconto sì fantastico o fantascientifico, ma radicato nella realtà forse più di qualunque altro.
Dato il contrasto tra Città e Zona di cui sopra, il regista ci racconta tuttavia una straordinaria eccezione: l'ingresso di alcuni ragazzi, del mondo senza confini, nel mondo senza uscite. È questo il motore della narrazione ed è questo che ci permette di penetrare i diversi significati simbolici che il film propone. Possiamo partire dal considerare l'incursione dei ragazzi come una manifestazione dell'Altro, e anche qui, come nella gran parte della letteratura e della cinematografia a proposito, il concetto di Altro è stratificato. Anzitutto l'Altro è ciò che sembra, ovvero un Altro sociale, un possibile fattore di disordine, una minaccia alla stabilità politica ed economica. La presenza dei tre ragazzi rischia, infatti, di far perdere alla Zona tutti i suoi privilegi: l'Altro è dunque il farsi concreto della paura della caduta, propria di ogni situazione di benessere; d’altronde tutto il genere della distopia mette in atto la paura del ritorno alla barbarie di un mondo proiettato solo sul progresso (ed è per questo che in regioni come l'Africa non si sviluppano racconti distopici: basta la realtà).
È poi possibile un’interpretazione di stampo psicanalitico e La zona può essere visto come una vicenda tutta interna all'identità: la lotta tra l'Io e l'Es oppure, in senso più ampio, tra la limpida e luminosa superficie e l'oscura e disordinata profondità. Ancora, l’Altro può essere inteso in senso esistenziale come manifestarsi del Vero – nel suo essere Assurdo – contro una costruzione fittizia che si fabbrica un ordine inesistente; La zona si configura allora come la critica impietosa alla mentalità occidentale nel suo complesso, che censura quello che esula da un canone predefinito e, rifiutandosi di ammettere il proprio essere multiforme/senza forma, respinge tutto ciò che è Altro, rappresentato in questo caso da Miguel, l’unico dei tre ragazzi che non viene ucciso subito; contro di lui i tranquilli abitanti di questo universo privilegiato, svestiti i panni rispettabili di medico, avvocato, architetto, danno vita a un’incredibile caccia infernale trasformandosi in demoni furibondi atti a perseguire con dedizione diabolica l'obiettivo: eliminare l'intruso. Gli occhi sbarrati e il respiro mozzo assistiamo a una delle scene più atroci che si siano viste sullo schermo.
Nonostante la violenza di un affresco di tal genere, Plà è abile nel non eliminare le sfumature: nella Zona c’è, infatti, anche chi reagisce in maniera diversa e il manifestarsi dell'Altro in qualcuno insinua dubbi e risveglia sensi di colpa: è fonte di dinamismo, ed è su un personaggio dinamico che la narrazione si polarizza: Alejandro, del quale seguiamo il percorso di conoscenza dell'Altro – ovvero conoscenza di Sé – che lo porterà dalla perfetta integrazione iniziale alla ribellione e alla fuga.
Tornando alla domanda iniziale ci ri-chiediamo ora da dove nasce la forza devastante di questo film. Come detto poco sopra, il meccanismo di identificazione spettatoriale non si attiva con il ragazzino che tenta la fuga, come avviene nei film carcerari o di struttura simile, ma piuttosto con Alejandro e con tutti gli abitanti della Zona. Lo spettatore è la Zona, la sente dentro di sé, riconosce quei volti odiosi che circondano il corpo di Miguel come abitanti della propria psiche e del mondo attorno a sé. La Zona non è in un luogo e un tempo altro: è qui, accanto a noi e dentro di noi; e questa è la verità che Plà ci mette davanti agli occhi ed è in questo tutta la forza violenta del film.
Complessa parabola del mondo e dell'uomo moderno – e si potrebbero analizzare tanti altri spunti: dalla maniacale violenza dei ragazzini alla parademocrazia delle assemblee - La zona ci fa scoprire in Rodrigo Plà un abile conoscitore del mezzo cinematografico: i movimenti di macchina – quasi onnipresenti – scandiscono il ritmo a momenti fluidi o tremanti, interpolati con inserti amatoriali. Buone le performances di tutti gli attori.