Drammatico

LA VITA INVISIBILE DI EURÍDICE GUSMÃO

Titolo OriginaleA Vida Invisível
NazioneBrasile, Germania
Anno Produzione2019
Durata139'
Tratto dall'omonimo romanzo di Martha Batalha

TRAMA

Rio de Janeiro, anni ’50. Eurídice e Guida sono due sorelle inseparabili che vivono in una famiglia rigida e conservatrice. Immerse in una vita tradizionale, nutrono entrambe dei sogni: Eurídice vuole diventare una rinomata pianista, mentre Guida è in cerca del vero amore. Le loro scelte porteranno alla drastica decisione del padre di separarle. Le due sorelle prenderanno due strade diverse senza mai perdere la speranza di potersi ritrovare.

RECENSIONI


Que estranha forma de vida
tem este meu coração:
vive de vida perdida.

Il cielo è gonfio di umidità. La vegetazione lussureggiante ricopre morbidamente le alture nei dintorni di Rio de Janeiro. L’oceano si infrange sulla costa rocciosa. Eurídice e Guida scrutano l’orizzonte, assorte in pensieri comuni e non espressi. Guida si appresta ad andar via. “Sta per piovere”, dice. Eurídice la segue, si inerpica sul sentiero che attraversa la foresta pluviale, sempre più fitta. Ma Guida non c’è più, è già arrivata in cima, è scomparsa. Eurídice si guarda attorno, smarrita, urla il nome della sorella. La sua voce, fuori campo, rimpiange di avere assecondato la sua fuga – “avrei dovuto chiuderti nella stanza e ingoiare la chiave”. Comincia così La Vita invisibile di Eurídice Gusmão, adattamento dell’omonimo romanzo della giornalista e scrittrice brasiliana Martha Batalha, con una rêverie sospesa e inquieta dai colori vividi, flashforward (o flashback) onirico di quel che sta per accadere (o è già accaduto): una separazione e una scomparsa – una tempesta emotiva - che segneranno anime e corpi di due sorelle che si affacciano alla vita adulta nel Brasile degli anni ’50. I titoli di testa, come quelli di coda, compaiono in caratteri rossi tra le fronde di una natura ammaliante, ipnotica.

A Tropical Melodrama, recita la tagline del manifesto internazionale: promessa mantenuta. Perché per raccontare la storia di Eurídice e Guida, il regista Karim Aïnouz ha scelto le forme piene e seducenti del melodramma, aderendo pienamente alla natura estetica e politica del genere, che nasce e si alimenta nell’urto tra corpo e desiderio, desiderio e norma, passioni e destino, qui in miracoloso equilibrio tra telenovela di lusso (il mélo nella declinazione brasiliana più pop) e un Douglas Sirk esotico, sudato, non geometrico ma carnale. Nessuna decostruzione dei codici, nessuna tentazione metalinguistica.

La narrazione parallela suggerisce l’ipotesi di una doppia vita: le due sorelle come una sola donna, due percorsi di esistenza differenti a seconda della scelta compiuta (o subita). Eurídice, più remissiva, rimane inchiodata alla figura di figlia-moglie-madre, suddita recalcitrante di una tradizione maschilista che non osteggia mai apertamente, prigioniera di mura borghesi e di un sesso vissuto come pratica da sbrigare, se stessa solo quando “sparisce” suonando il suo amato piano. Guida, più esuberante, abbraccia totalmente la passione amorosa constatandone le falle (e la meschinità di molti uomini), aderisce suo malgrado al ruolo di ragazza madre, ripudiata dal padre trova un’altra famiglia, fondata sulla comprensione reciproca e su un comune sentire antipatriarcale. Guida paga la sua indipendenza, il suo smarrirsi ebbra tra strade e bar, con l’ostracismo sociale: per essere finalmente libera anche lei deve sparire, seppellendo il proprio nome.

L’epistolario a voce unica, che scandisce le tappe e i tempi della storia, colmando le ellissi, diventa quindi un territorio di incontro fantasmatico, un illusorio mondo alternativo in cui i sogni di entrambe, invece di sfaldarsi con gli anni, sono stati esauditi e le passioni hanno avuto libero corso: nelle lettere written on the wind di Guida a Eurídice (e nei pensieri che quest’ultima rivolge continuamente all’altra, quasi in telepatica risposta) c’è ancora l’amore, c’è ancora la musica, c’è l’altrove raggiunto, ci sono Vienna e la Grecia, c’è quella pienezza di vita che una sorella ha sempre augurato all’altra.

La regia avvolgente e tattile di Aïnouz persegue il naturalismo e al tempo stesso lo trasfigura, i colori saturi delle immagini - splendida fotografia di Hélène Louvart - sembrano dissolversi in una sfocatura costantemente in agguato, gli spazi accerchiano i personaggi, ne ostacolano il libero passaggio. È un Brasile essenzialmente d’interni quello messo in scena, chiuso, soffocante, proiezione urbana di una società rigida e classista. Il Cristo Redentore del Corcovado, unico elemento riconoscibile della città di Rio, è una figura lontana, appena visibile, di spalle. La natura circostante è il luogo di una fuga visionaria, tutta mentale.
Ed è nel Brasile della deriva autoritaria e regressiva di oggi, con uno stacco di decenni, che la storia trova la sua conclusione, nella saudade che riempie gli occhi profondi di Fernanda Montenegro, icona novantenne del cinema e della tv carioca. Per un’ennesima svolta del destino, anche questa squisitamente mélo, il passato riverbera nel presente allacciandosi al futuro, le ragazze smarrite nella foresta iniziale si ritrovano attraversando il tempo e lo spazio, i corpi e le generazioni: sopravvissuta all’Ade di una vita inautentica, senza aver bisogno di nessun Orfeo, Euridice rivede finalmente la sua Guida e la trova di nuovo giovane, battagliera, autonoma, con una vita tutta da costruire, con sogni ancora da realizzare.

Vincitore della sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2019.