Drammatico

LA VIE EN ROSE

TRAMA

Edith Piaf (1915-1963). La vita, le opere, i tormenti._x000D_

RECENSIONI


Nella biografia di Edith Giovanna Gassion si legge una catena di tragedie: dalla nascita sulla strada alla scomparsa drammatica a 48 anni, passando per l’infanzia nel bordello della nonna materna, la vita di stenti con il padre acrobata, il successo inderogabilmente segnato dalle morti dell’amante e della figlia, la droga e la malattia.
Il film, che ha aperto Berlino 57, è affidato alle mani di Oliver Dahan; conosciuto per la lettura gotica di Pollicino e per il fallimentare I fiumi di porpora 2 (ma, a conti fatti, pochi erano i margini di riuscita in quella pacchiana bessonata), il regista scansa la progressione cronologica degli eventi, mescola continui piani temporali e rende l’affresco frammentato, alternando il montaggio tra diverse età nella vita dell’artista. Insomma non vuole narrare in modo tradizionale ma punta sul quadro generale di una personalità, quella dolente della Piaf, decisamente più stimolante delle solite logiche di causa/effetto, prima/dopo e inizio/fine. La vie en rose – in francese La Mome, ovvero il primo soprannome della cantante (La Mome Piaf) affibbiato nell’iniziale ambiente del cabaret – è un biopic che del biopic presenta tutte le pecche sostanziali: una diffusa tendenza all’episodico (l’assassinio dell’impresario Louis Leplee, accennato e poi dimenticato), un focus totalem sul protagonista contro l’assenza di scavo nei comprimari, cedimenti con tendenza a siparietto (apparizione imbarazzante di Marlene Dietrich, mentre non compare Cocteau), veri e propri stralci macchinosi e posticci (la morte della bambina). Potrebbe bastare già questo per liquidare la storia, ma... prima di tutto, il film è “sporco”. Nel vero senso del termine: contro i consueti trionfalismi che percorrono certe carriere, l’opera racconta episodi funesti e drammatici per due ore e venti minuti, senza sosta, riduce lo spazio per applaudire l'artista mentre estende il racconto delle sue miserie umane. Inoltre Dahan, se si limita per lunghi tratti a un registro sostanzialmente realista, non disdegna di innestare sullo spartito il lampo surreale, portando la logica dell’intreccio dritta al cortocircuito: si vedano in particolare due sequenze, il dialogo paradossale tra la piccola Edith e Santa Teresa e la dipartita di Marcel, che appare in veste spettrale per salutare l’amata (è un’allusione apertamente romantica) la quale, appreso l’annuncio luttuoso, si trascina urlante nella dimora per poi trasfigurare sul palco. Sempre, a ogni costo, lo spettacolo deve continuare.
La regia, dalla scuderia Besson, manovra la cinepresa in una serie di riprese concitate, inquadrature sghembe, inusuali punti di prospettiva; questo forse lede la “purezza mitologica” del personaggio Piaf ma allo stesso tempo, gira e rigira, fra scelte convincenti e altre discutibili, lo rende più incisivo aderendo a tutte le sue asperità. L’artista celebre e riverita si porta dietro il dolore dell’infanzia e le cicatrici di quegli anni allo sbando che, falsamente richiuse, tornano periodicamente a urlare e sanguinare: il film sviluppa questo concetto e si fa perdonare anche le mancanze.
Una serie di attori altalenanti si muovono intorno a Marion Cotillard, divina, che con questa prova sarà probabilmente ricordata negli anni a venire.