Drammatico

LA VERSIONE DI BARNEY

Titolo OriginaleBarney's Version
NazioneCanada/Italia
Anno Produzione2010
Genere
  • 66465
Durata132'
Sceneggiatura
Tratto dadall'omonimo romanzo di Mordecai Richler
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Trionfi, cadute, alti e bassi, mogli e amici di Barney Panofsky.

RECENSIONI


Come per tutti i film tratti da opere letterarie molto amate, la riduzione cinematografica di Barney's version di Mordecai Richler sconta l’inevitabile confronto con un testo noto a molti (lettori e non) per essere divenuto un romanzo di culto. Togliamoci subito il dente: l’adattamento ci appare sostanzialmente corretto, cercando da un lato di mantenere il tono brillante della scrittura dell’autore e dall'altro non edulcorando il lato più drammatico delle vicende di un protagonista, Barney Panofsky, complesso, sfaccettato, difficile da restituire a tutto tondo sullo schermo. Il film, come il romanzo, è tutto imperniato sulla sua figura, su una vita piena di gioie, dolori, frustrazioni, trionfi e fallimenti e non si piega a esserne la piatta trasposizione, anzi testimonia di un lavoro di scrittura molto studiato e che tenta, riuscendovi in buona parte, di non perdere l’equilibrio, rischio tangibile alle prese con una novella dalla narrazione così intensa e impetuosa.
La prima cosa che emerge è la scelta di evitare la voce narrante, cosa non scontata per un film che si intitola La versione di Barney e che quindi parte dichiaratamente dall’esposizione di un punto di vista. Ciò non è da sottovalutare in quanto, senza dichiararlo in alcun modo (a meno che non si ponga mente al suddetto titolo), quello che noi vediamo è frutto di un racconto soggettivo, parziale e non necessariamente veritiero. Nel romanzo quelle che leggiamo sono le memorie affidate a un libro col quale Barney intende fare giustizia su una serie di accuse che gli sono state mosse (a cominciare da sospetto di omicidio, quello del suo migliore amico): il problema è che Barney la memoria la sta perdendo e quello che scrive è quanto riesce a spremere da ricordi a volte lucidi, a volte sbrindellati, a volte offuscati dai fumi dell’alcol. Tutto questo, stante la narrazione apparentemente oggettiva del film, non si evince se non indirettamente e questo non rimarcare la labilità e imprecisione della versione, per quanto possa sembrare una semplificazione, in realtà è una mossa di scrittura coraggiosa, dato che di tale parzialità ci sono indizi disseminati per tutta la pellicola.


A livello di concezione, dunque, il film appare un’operazione molto ponderata e piuttosto calibrata, ché anche la mobilità tra diversi livelli temporali si conserva, a evitare una linearità che sarebbe suonata mortalmente normalizzante; né può dirsi che i personaggi (tanti) che il film incrocia siano umiliati, come spesso capita in questo tipo di riduzioni, a pure funzioni narrative (la vicenda del secondo matrimonio è resa bene nei suoi motivi e nelle sue dinamiche, ad esempio; il personaggio della “seconda signora P”, una Minnie Driver da incorniciare, e l’ambiente dal quale proviene, col quale Barney si confronta con evidente difficoltà, sono descritti in modo sintetico, ma efficace): la sceneggiatura del giovane Konvyes ha il merito di non soggiacere alla narrazione, di lasciar parlare le immagini, di non spiegare pedissequamente ogni cosa, di lasciare che tanti elementi del romanzo emergano naturalmente, senza necessariamente verbalizzarli o metterli artificiosamente in evidenza.
E' innegabile che manchi la temerarietà (si pecca di semplicismo in alcuni frangenti che ambivano a un minimo di problematicità in più, sulle opinioni scorrette del protagonista si glissa spesso e volentieri), ma considerando il tipo di prodotto (indipendente, va bene, ma con ambizioni di un qualche successo e un budget che ha messo in gioco più di qualcosa), ci troviamo di fronte a una pellicola che riesce a conservare i temi del romanzo e che non sembra patire troppo l’inevitabile condensazione.


Se quindi non c'è tutto Barney in questo film, ne rimane comunque abbastanza: Barney e i suoi stravizi; Barney e le sue tre mogli (l’ultima amatissima, persa per l’ennesima leggerezza, per una connaturata convinzione di non essere adeguato, quasi un’autopunizione); Barney che vuole essere un altro (l’amico, scrittore bohemien), vittima di un complesso di inferiorità che non gli consente di valutarsi per quello che in realtà è (brillante, intelligente, capace); Barney e le sue scelte istintive, a volte felici, a volte suicide; Barney che deve rispondere a un libro opportunistico di un poliziotto che lo accusa di omicidio; Barney caustico e umano, irriverente, ma di buon cuore; Barney che è lo stesso Richler sotto mentite spoglie (scrittore che non l’ha mai mandata a dire e non ha risparmiato strali a destra e a manca), interpretato magnificamente da Paul Giamatti (ma l’intero cast – spicca il padre Dustin Hoffman, a giocare di cesello in un ruolo ampliato ad hoc rispetto alla pagina - risulta non solo all’altezza, ma decisamente ben scelto) è un uomo con mille facce a seconda delle circostanze e delle persone con le quali agisce e sempre pronto a nascondere quella autentica, che vale di più: contraddittorio, bastardo, ma anche umano, generoso, simbolo sottinteso di una mascolinità esuberante e fragile, un individuo che non esita a distruggere la propria felicità convinto masochisticamente di non meritarla.
Il regista Richard J. Lewis, che viene dalla televisione (la serie C.S.I.), insomma, riesce a far emergere molti di questi aspetti, altri li mette in sordina, altri ancora lascia che si perdano, tiene in pugno la messinscena con solido mestiere, inciampa in un finale un po’ mieloso e finisce col dirigere un film onesto di cui non si può dir male e che lascerà molti lettori delusi per questo fatto (quello di spianare la pistola in anticipo è uno sport sempre molto praticato).
Cameo dei registi David Cronenberg, Atom Egoyan e Denys Arcand: il cinema canadese omaggia Richler.


È strana la sensazione che accompagna la visione del lungometraggio tratto dall’omonimo romanzo del canadese Mordecai Richler, caso letterario in tutto il mondo con record di copie vendute proprio in Italia. Si apprezzano subito, infatti, le battute argute e sottili, le interpretazioni vigorose, ma si fatica a trovare la giusta predisposizione d’animo per accompagnare i tanti eventi, soprattutto matrimoni ma anche funerali, che descrivono lo scorrere di un’esistenza. Non si ride quando i tempi comici lo presupporrebbero, non ci si commuove, quando la colonna sonora avverte che ne è giunto il tempo, non si capisce mai davvero fino in fondo chi sia il protagonista Barney Panofsky e perché dovremmo interessarci a lui. L’assenza di sintonia deriva principalmente dalla mancanza di equilibrio tra i vari registri previsti dalla sceneggiatura e da una regia (Richard J. Lewis, noto soprattutto per avere diretto episodi della serie televisiva “CSI: Scena del crimine") che non trova il giusto amalgama. Si passa da atmosfere brillanti e sopra le righe a tragici eventi (il suicidio della prima moglie, ma anche la misteriosa scomparsa dell’amico traditore) senza che i personaggi, e di conseguenza nemmeno il pubblico, abbiano modo di capire la gravità dei fatti. Nonostante l’one-man-show di Paul Giamatti, della personalità del protagonista si finisce quindi per conoscere ben poco: uomo comune, eppure capace di grandi slanci, attraversa la pellicola senza che la sua personalità emerga in modo da chiarirne le motivazioni e focalizzarne il carattere. Ma anche i comprimari soffrono della stessa assenza di approfondimento, dal pittore italiano, all’interprete della sit-com che fugge in Bulgaria, che a fine film sembrano avere un background di amicizia profonda con il protagonista che i fotogrammi precedenti non avevano affatto evidenziato. L’idea di non legare i flashback che compongono la narrazione attraverso una voce off è coraggiosa, ma le tracce di vita messe in scena non assumono mai un punto di vista organico. Forse il materiale letterario era troppo complesso da ridurre e trasporre, oppure si dà per scontato che chi vede il film conosca il libro, sta di fatto che i personaggi, e i siparietti di cui sono protagonisti, non prendono mai consistenza, nonostante un andamento tutt’altro che spiacevole e interpretazioni centrate (Dustin Hoffman ha tempi comici come al solito perfetti e di Rosamund Pike continueremo a sentire parlare). Tanto che si arriva al dramma finale impreparati ad accoglierlo. Un disallineamento tra immagini e loro percezione che accompagna tutto il film limitando, per forza di cose, qualsiasi ipotesi di coinvolgimento.