LA VERITA’ NASCOSTA

Titolo OriginaleLa Cara Oculta
NazioneColombia/ Spagna
Anno Produzione2011
Durata95'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Nominato direttore della Filarmonica di Bogotà, Adrian si trasferisce in Colombia con Belen, fidanzata diffidente che, per provare a se stessa la devozione dell’amato, si rinchiude in un bunker segreto all’interno della casa, nel quale, avendo dimenticato la chiave, rimane intrappolata, costretta ad assistere alla relazione tra Adrian e una nuova fiamma, Fabiana.

RECENSIONI


L'imponderabilità della distribuzione italiana ha in Moviemax il suo caso più esemplare: azzeccato il debutto nel 2004 con Donnie Darko, la casa di recente acquisita da Mondo Home Entertainment ha da allora intrapreso l'eccentrica decisione di tentare il colpo a tutti i costi, inondando le sale nazionali con cartoni animati tedeschi (Uibù, fantasmino fifone; Lissy, principessa alla riscossa; Felix, il coniglietto giramondo; Animals United), parodie demenziali (Succhiami; Box Office), horror per adolescenti problematici (Shrooms – Trip senza ritorno; 11:11 – La paura ha un nuovo numero; Frontiers) e una valanga di action e commedie, di meteoriti e sequel. L'assenza di un thriller colombiano in listino deve essere sembrata una stravaganza imperdonabile ai capetti della casa, e così ecco La cara oculta a colmare la vergognosa falla: giusto il tempo di comprarne i diritti da Fox International e di storpiarne il titolo originale in La verità nascosta, forse per echeggiare il film di Zemeckis con cui ha in comune una coppia fragile per protagonista e una vasca da bagno nella scena madre. Scelte di mercato su cui è lecito dubitare, certo, ma che nondimeno sono ben radicate nel sistema industriale proliferato grazie ai multiplex, la cui scalciante domanda di prodotti a riempire le sale minori ha permesso a questo genere di distribuzione di trovare degli spazi altrimenti irraggiungibili. Alla critica, allora, di fronte ad una totale assimilazione del film a merce, della ricezione a consumo e così via, si chiede un assestamento differente, altri parametri di giudizio, quasi che il fatto di abbracciare un'idea di intrattenimento spensierato legittimi qualunque operazione a minimo sindacale di dignità; chi non rispetta l'assunto è un trombone, o uno snob, o un brigante marxista, o un luddista dell'industria cinematografica, e di certo è la malafede che lo muove.


Eppure La cara oculta, se visto fuori da questi meccanismi, è un film di un'innocenza logora, convenzionale fino all'ottusità, poco o punto volpone. Andi Baiz, già autore di un esordio, Satanas, che rappresentava la Colombia alle nomination all'Oscar 2007, gira una prima parte, quella della liaison tra lui, Adrian, e l'altra, Fabiana, con il pilota automatico, e gli sembra talmente facile che la rifà daccapo per intero, stavolta tutta dal punto di vista di lei, Belen, costretta alla burgessiana cura Ludovico a causa della sua balordaggine (il motore drammaturgico, si ribadisce, consiste nel barricarsi in un bunker lasciando la chiave all'esterno). Avviene così che ad una prima parte romantica e innervata di piccole inquietudini da ghost story (voci che provengono dal lavandino, getti d'acqua ustionante dalla doccia, ecc.) fa seguito una successiva in cui la nuova prospettiva trasforma il film stesso in qualcos'altro, un posticcio concertino sull'impotenza, condizione che rimbalza sulla metafora del voyeur, e quindi dello spettatore. Si potrebbe sostenere per esempio che quando Belen riesce a comunicare con Fabiana si porti a compimento quel processo di emancipazione che è la cifra della condizione postmediale, nella quale il soggetto tradizionale si smarca della passività che lo aveva contraddistinto e si definisce come utente. Stiracchiare le metafore fino all'inverosimile: Adrian, la cecità della musica; Fabiana, la sensibilità del cinema; Belen, il dinamismo dello scenario contemporaneo; il finale che fotografa la condizione attuale, e tutto il resto a discendere. Oppure, senza esagerare, aprire un pensierino discreto al modello della «camera» di sorveglianza, ai dispositivi di moltiplicazione degli sguardi, dal Panopticon al Grande Fratello, quest'ultimo palesemente preso a modello di riferimento. Sì, si potrebbe. Ma perché?


La sovrainterpretazione per il critico è l'equivalente dell'anacronismo per lo storico, un peccato capitale.
La sceneggiatura di Baiz e Hatem Khraiche all'interprete dal verso libero concede più di un lusso, ma altro non è che un congegno di fattura semplice che si distende sugli sperimentatissimi ingranaggi del melodramma, del gotico e del thriller psicologico. Al centro la gelosia, causa e bersaglio al tempo stesso di ogni discorso del film, e qualche corollario moralista: alla donna che vuole vedere il fidanzato nell'atto di tradirla è commesso per contrappasso di essere inglobata in un dispositivo ultrascopico, di farsi essa stessa occhio e non più soggetto, testimone integrale di una rappresentazione che, in tutti i sensi, le si consuma davanti. Al contrario della gelosia che arde e divora, negli ultimi anni vista in La captive di Akerman e in Chloe di Egoyan, film diversamente immensi, qui ci si bruciacchia appena e persino la claustrofobia è fin troppo areata.
Pochi secondi necessari per riconoscere in Baiz il frutto di qualche più o meno prestigiosa film academy, dalla quale si trascina dietro piccoli vezzi stilistici, movimenti di camera manieristici, tic di quello stile medio internazionale che impregna le tante giovani produzioni che rinunciano al piacere di raccontare il mondo per mostrare l'ennesima variante di una storia già frusta. La vulgata vuole che i brutti film siano privi di quelle densità simbolica, linguistica ed estetica che filtrano lo sguardo, risultando per tale privazione più espliciti nell'essere loro malgrado specchio del proprio tempo: ingenuità del luogo comune. Il tempo di La cara oculta è prigioniero di un bunker segreto e l'ossigeno scarseggia.