Avventura

LA TIGRE E IL DRAGONE

Titolo OriginaleCrouching Tiger, Hidden Dragon - Wo hu zang long
NazioneCina/ HongKong/Taiwan/U.S.A.
Anno Produzione2000
Genere
Durata120'
Fotografia
Montaggio
Scenografia
Costumi

TRAMA

Li Mu-Bai, prode guerriero in cerca di meritato riposo, depone la mitica spada “Destino” facendone dono al suo signore. Li, affida la spada all’amica Yu Shu-Lien di cui è segretamente innamorato e altrettanto segretamente corrisposto. Un misterioso guerriero, però, ruba la spada. Intanto la figlia del governatore si prepara a un matrimonio di interesse per garantirsi un futuro agiato, ma in realtà l’apparentemente fragile fanciulla ha ben altri progetti.

RECENSIONI

La Cina del XVII secolo, agli albori della dinastia Qing, attraverso l'estetica del futuro in grado di superare i limiti della gravita' per permettere ai corpi di librarsi, finalmente liberi, in volo. E' questa la sfida che affronta Ang Lee dopo il controverso "Cavalcando con il diavolo": un "Ragione e sentimento" in versione "Matrix". L'operazione, di indubbio fascino, risulta riuscita solo in parte.
Se i combattimenti, coordinati da Yuen Wo Ping (lo stesso di "Matrix" e "Charlie's Angels") sono estremamente coinvolgenti e fluidi, il melodramma che ci sta intorno gira un po' a vuoto, non riuscendo mai a catturare la complicita' dello spettatore. La sceneggiatura, infatti, costruisce personaggi problematici, ma li risolve senza troppe sfumature trasformandoli in eroi di cartapesta, tanto abili nel combattere quanto noiosi nel rapportarsi tra loro. La giovane e bella protagonista, ad esempio, vuole trasformare la sua vita in un infinito combattimento per evitare gli obblighi di un matrimonio imposto, e nella pratica non ha mai un dubbio, mai un momento di sconforto, mai una debacle. E l'eroe invincibile risulta, oltre che poco credibile, anche poco interessante. Si', l'atmosfera e' leggera, l'obiettivo sembra il puro divertimento cinematografico, ma le tutto sommato poco convincenti motivazioni dei personaggi non bastano per alimentare lo stupore.
Curiosamente, la confezione impeccabile e la freddezza del risultato ricordano molto da vicino le sensazioni procurate dal precedente "Ragione e sentimento", tratto dal romanzo di Jane Austen. Molto meglio la cattiveria di "Tempesta di ghiaccio", la leggerezza di "Banchetto di nozze" e la semplicita' di "Mangiare bere uomo donna". Un Ang Lee sicuramente meno tecnologico ma piu' coinvolgente, capace ancora di emozionare raccontando una storia.

Erranti i guerrieri e con loro la nostra attenzione. Una Cina che vorrebbe farsi leggenda, fiaba medievale, e che e' solo fondale sgargiante, scenografia convenzionale e finta per una catena di accadimenti in cui speciale, a parte gli effetti, e' solo la noia. L'inizio al cloroformio, con un Chow Yun Fat, caricaturale a sua insaputa, che sciorina scempiaggini, e' solo l'anticipo di un'annacquata batteria di stereotipi, di un Oriente da cartolina taroccata, come viene immaginato da chi frequenta certi mercatini rionali, rivenditori di cianfrusaglie, da chi raccoglie mediocri dispense new age. Da domani potra' disporre anche della videocassetta che fa per lui. Come dire? E' tutto cosi' smaccatamente cinese da parere americano. E non sorprende, dunque, il clamore critico statunitense di fronte a questa pallosissima baggianata (e di rimando il favore da culto che e' seguito in Europa) e la forte diffidenza che i cinesi, davvero maltrattati nella loro cultura millenaria ridotta a formulette, hanno espresso nei confronti della pellicola. Vincera' tanti Oscar? Lasciamo queste previsioni a chi pensa che tali sciocchezze riguardino il cinema, atteniamoci ai fatti. Lee non si limita ad annoiare, intende strafare: viaggia malamente tra i generi (c'e' il melodramma, il western, l'action movie e chi piu' ne ha...) con falsa ingenuita' da neofita, imperdonabile dunque, smaccatamente convinto di porre in essere un'operazione intelligente (che' tanto c'e' sempre il critico pronto ad andare in sollucchero per queste facili ibridazioni che fanno tanto postmoderno), azzarda un flashback di rara melensaggine, toppa clamorosamente nella descrizione dei personaggi. Suscita risate involontarie con alcuni passaggi di dialogo che definirei impagabili, se non fossero stati davvero pagati.
Cosa resta dunque? Cosa motiva cotal clamore? I combattimenti, l'esercizio di arti marziali "alla Matrix"? Si', certamente: le figure danzano nell'aria, disegnano coreografie splendide, duelli esasperati in cui il sangue arriva quasi come un accidente. La convulsa, iniziale contesa notturna e quella finale tra i giunchi sono bagliori che illuminano improvvisi una penombra che ispira una meditazione ai confini estremi del sonno (della ragione e non). Ma non il nostro (purtroppo).

Chi ha poca dimestichezza con lo "wu xia pian" (il "fantasy" di cappa e spada orientale) potrà stupirsi o diffidare di un genere dove abbondano i motti e i moti di saggezza buddista, dove i protagonisti, cavalieri del Bene o del Male, svolazzano appesi a corde "invisibili", come se fosse la cosa più naturale del mondo. Gli appassionati di lunga data del cinema proveniente da Hong Kong apprezzeranno il tocco personale apportato dal neofita Ang Lee (che aveva già dichiarato tutto il suo amore per il genere nella parte finale di Pushing Hands), taiwanese operante negli Stati Uniti che, nelle sue opere, ha sempre tentato di amalgamare gli opposti, lo yin e lo yang, in una visione non manichea dell'esistenza e del cinema. Memore di A Touch of Zen di King Hu, citato con il duello sulle cime delle canne di bambù, agli spettacolari duelli aerei fra maestri delle arti marziali (coreografati da Yuen Wo-Ping: da citare quello iniziale sui tetti e quello muliebre nel cortile), alterna uno studio sentimentale e psicologico dei personaggi che gioca con la specularità e la complementarità, fra guide esistenziali ed allievi corrotti dal lato oscuro, ansia di libertà e necessità di legami, con un'attenzione particolare (se non esclusiva) alle figure femminili, guerriere, reiette o promesse spose che reclamano la parità, il diritto di scelta (anche la malvagia "Volpe di giada" è una vittima, della discriminazione maschilista dei monaci e della disparità fra classi sociali). Il romanticismo si accende di rosso nello splendido scenario del deserto, dove una coppia si rincorre per domarsi, oppure vive un amore assopito, trattenuto, con i due guerrieri erranti che non osano dichiararsi l'uno all'altro. L'avventura è epica, "da sogno", alla ricerca della "tigre e del dragone" accucciati in ognuno di noi, disposta (vedi la figlia del governatore) a rinunciare all'amore in cambio d'una vita che insegue la leggenda ma trova il peso della solitudine e del "pugno chiuso". Sprofonda nel sogno anche il (bellissimo) finale fra le montagne, in volo sospeso verso la vita o la morte.