Drammatico

LA TERRA

TRAMA

Puglia, nei giorni che precedono la Pasqua. Luigi torna al paese natale per sistemare una questione di famiglia.

RECENSIONI

Un'antica ferita non smette di bruciare: brandelli di voci lontane emergono dal brusio dell'esistenza, tratti da natura morta spiccano contro un vago sfondo d'inferno quotidiano, un vino rosso sangue cancella tutto e tutto comprende nella sua furiosa uniformità. Il prologo non si limita a presentare il tema principale del nuovo film di Sergio Rubini (ossia la famiglia: perché fa schifo e perché non puoi farne a meno) ma riassume l'intera opera, affascinante quanto irrisolta.
L'ennesimo ritorno a casa, con annessa, imprescindibile caccia agli scheletri (per nulla) rimossi, trova nell'ambientazione provinciale, così cupa e soffocante (ai limiti della maniera), accenti ora western (complici gli esterni "alla De Chirico") ora noir (una femme fatale divisa in tre: misteriosa predatrice, ambigua vittima, angelo alla Grace Kelly), con la lugubre sontuosità dei riti cattolici a far da macabro contrappunto (un drappello di ki ller devoti, un parricidio rituale, un agnello da immolare sull'altare del bene comune).
Premesse eccellenti, quindi, ma realizzazione sciatta: non mancano invenzioni pregevoli (su tutte, la scena lungo i titoli di coda, che rilegge in chiave ironica il carattere frammentario dell'incipit) ma i personaggi sono tratteggiati in modo approssimativo (i quattro fratelli ridotti ad avvilenti maschere: l'intellettuale, il maneggione, il bravo ragazzo, il burbero benefico), i dialoghi sanno di sceneggiato televisivo (occorre un momento "profondo"? compare il volumetto di Pascal), la recitazione stona a più riprese (non ci riferiamo solo a un Briguglia in palese via di accorsizzazione, ma agli isterismi cui si abbandonano un po' tutti, con la luminosa eccezione di Rubini, grottescamente misurato e proprio per questo davvero inquietante nei panni di un fetido signorotto del crimine), le magmatiche premesse si smarriscono in una stucchevole celebrazione della concordia fraterna. La perfid ia del prefinale, in cui l'onore familiare - altrui, beninteso - cede il passo all'interesse economico, non basta a risollevare il tono generale, fiaccato anche da flashback semplicemente superflui, quando non orrendi (il suicidio di Ugo).

Titoli di testa: su uno schermo completamente intinto nel rosso il tema musicale à la Bernard Herrmann di Pino Donaggio stabilisce un’atmosfera inconfondibilmente hitchcockiana; una manciata di brevissime soggettive intermittenti fissa immediatamente l’altro modello di riferimento, Gabriele Salvatores. Sono passati soltanto pochi secondi e la spaventosa creatura è già partorita: uno sconcertante ibrido tra “il maestro del brivido” e l’autore di Amnèsia. Ma la sensazione che subentra allo sconcerto iniziale è lo smarrimento; si ha l’impressione di assistere agli spettacoli più svariati – pantomima, farsa, mascherata, atellana, wrestling, corrida - tranne che al cinema.
Dopo qualche minuto la situazione pare migliorare: si vede Luigi (Fabrizio Bentivoglio) che arriva alla stazione di Mesagne (fotografata come Tombstone) e Tonino (Sergio Rubini, fotografato come Tombstone) che gli dà uno strappo in paese. Si tratta di un film su un elegante professore del Nord (completo kaki d’obbligo) che torna nel lercio Sud da cui è fuggito molti anni prima. Deve risolvere uno spinoso problema economico che vede coinvolti direttamente suo fratello Michele (Emilio Solfrizzi) e il fratellastro Aldo (Massimo Venturiello); indirettamente Mario (Paolo Briguglia), il quarto fratello. Naturalmente si sporcherà mani, piedi e completo, ma la sua anima ne trarrà giovamento. Una finesse alla Ophüls, insomma.
Approssimazione? Prevedibilità? Trasandatezza? Non è tutto. Col passare del tempo si fa sempre più chiaro che amalgamare Hitchcock e Salvatores non è così semplice, occorrono altri ingredienti, preferibilmente nostrani. Ecco allora un altro paio di spericolati giochi di sponda col Rosi di Cadaveri eccellenti (la religiosità funerea, le violente deformazioni grottesche e l’espressionismo della messa in scena) e - incredibile dictu - col Rossellini di Viaggio in Italia (la pressione esercitata dall’ambiente sul personaggio, la prepotente solarità del Sud, il disgelo, qui presentato come ritorno alle origini anche linguistiche, del settentrionale algido e austero). In definitiva il film di Rubini ci dice una cosa che avevamo sempre pensato: che per essere hitchcocko-salvatoresiani basta essere anche un po’ rossellino-rosiani. Lapalissiano, no?