Drammatico

LA SECONDA NOTTE DI NOZZE

TRAMA

Secondo dopoguerra. Rimasta vedova e in difficoltà economiche, Liliana è costretta ad abbandonare Bologna insieme al figlio Nino, che scopre per caso l’esistenza di un ricco zio in Puglia e convince la madre a traslocare da lui. Accolta nella masseria del fragile Giordano, cognato un tempo innamorato di lei, finirà per risvegliare antiche passioni e odi sopiti

RECENSIONI

Limitandosi a ciò che conosce (la provicia emiliana prostrata dalla guerra), Pupi Avati è una vera scheggia d’onestà del cinema italiano corrente: non pretende affatto di sviscerare una realtà cosmica, non si affanna sul messaggio a tutti i costi (a confronto un’operazione come LA BESTIA NEL CUORE si copre ulteriormente di ridicolo), riproduce una piccola realtà da intendersi forse come unica forma possibile di cinema “nazionale”. Il regista frena il caratteristico buonismo, imbriglia la sua tendenza retorica applicandola solo a tratti (l’incontro con le monache e gli orfanelli) e condisce la minestra con goccioline di tenera ironia: una trama esile al limite dell’evanescente è assecondata da un convincente cast di ottimi caratteristi (Marcorè ed Albanese sono migliori di quanto sembra), dove zoppicca solo un’imballata Ricciarelli. LA SECONDA NOTTE risulta un film talmente fuori tempo, ostinatamente ingenuo e retrò che stroncarlo sarebbe troppo facile; come per sottrarre i dolciumi ad un infante, occorre essere perfidi nel cuore. Ci troviamo ad elogiare il “meno peggio” della nostra cinematografia: un timido applauso velato appena di tristezza.

Pupi Avati torna al cinema che conosce meglio, quello che ritaglia figure da un periodo storico particolare e da un contesto sociale, la provincia italiana, che assume i contorni ingialliti del ricordo ma non necessariamente della nostalgia. Un cinema illustrativo che mescola languori ed amarezze, rimanendo debitore a un certo romanzo popolare, alla memoria di un tempo nemmeno tanto lontano, a certe realtà ancora riconoscibili; un cinema che per anni ha proposto con continuità disarmante ed esiti discontinui, croce e delizia di critici e spettatori.
Anche in questo caso ci si appoggia alla storia minima che diviene sintomo di un’epoca (la pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del regista) ma senza evitare certe esagerazioni, scivolate di tono (il personaggio di Neri Marcorè, tutto fuori fuoco), alcuni  patetismi (Albanese interpreta con misura un carattere cui una maggiore asciuttezza di scrittura avrebbe solo giovato), riprendendosi grazie a degli standard senz’altro azzeccati (le zie: Merlini e Luce se la spassano) e soprattutto con Liliana (una corretta Katia Ricciarelli), il personaggio più ambiguo, la cui mitezza apparente presenta più di un’ombra di perfidia e opportunismo travestiti. Per il resto il regista/sceneggiatore va di pilota automatico nel narrare una storia familiare all’epoca dell’Italia affamata, lasciando a livello di abbozzo gli aspetti più interessanti dell’intreccio e inseguendo il colore di certi percorsi più facili ma decisamente vacui (il sogno del cinema di Nino, lo sminare campi di Giordano – con dedica ai bambini vittime delle bombe alla fine: no comment -, il solito corollario di figure secondarie, tutte prevedibili quando non sbagliate – l’attore e la sua donna -).