Drammatico

LA RELIGIOSA

Titolo OriginaleLa religieuse
NazioneFrancia/ Germania/ Belgio
Anno Produzione2013
Durata114'
Tratto dadal romanzo di Denis Diderot
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Nel XVIII secolo la sedicenne Suzanne è costretta dalla famiglia a prendere i voti. Affronterà un mostro peggiore dell’adolescenza: la gerarchia ecclesiastica.

RECENSIONI


Rileggendo Diderot, già adattato da Rivette, Guillaume Nicloux firma una nuova versione del romanzo epistolare: la giovane Suzanne è costretta al convento e di colpo cambia vita, ritrovandosi precipitata tra le sbarre ecclesiastiche. Qui la fanciulla, figlia illegittima, incontrerà tre madri in due distinti chiostri/mondi, l’una diversa dall’altra: la prima accogliente e simpatetica, ma “punita” con la morte improvvisa, la seconda tanto severa quanto crudele, l’ultima apertamente attratta da lei. La capinera di Nicloux ravviva un genere ampiamente frequentato, il film conventuale, attraverso un racconto diviso nettamente in due parti, segnato da una spaccatura imprevista e spiazzante.


Nella prima parte, dalla posizione della protagonista si incide la radiografia di un’autorità ecclesiastica che castra, occlude, opprime. Nel secondo segmento, la fondamentale comparsa di Isabelle Huppert prepara uno slittamento di registro: la violenza dell’imposizione religiosa diventa minaccia sessuale, il dramma scivola nella satira. La superiora Huppert crea una profonda dissonanza: alla premessa convenzionale segue un’evoluzione scettica e dislocante, il film di genere viene messo in dubbio. Da parte sua la parabola di Suzanne percorre le varie asperità, dall’oppressione psichica/fisica al queer movie monastico, scansando l’onere dell’equilibrio interno nella storia. Colpisce sempre lo stesso bersaglio, l’istituzione, ma con un mutamento di tono che disorienta: prima la cattiva Chiesa fa paura, dopo è solo grottesca.


Dio è sempre fuori campo: il vero enigma è in terra, nel dettato sociale che inchioda la ragazza al convento coatto. Lo sguardo recluso si volge all’esterno solo alla fine, quando il regista completa il testo incompiuto, il romanzo moderno incontra un epilogo contemporaneo. Una figlia nella casa paterna per la prima volta, in quanto donna, non religiosa. Padre e figlia idealmente riuniti, anche se post mortem, la paternità biologica sopra l’etichetta pubblica: l’indizio umanista congela la tragedia in divenire, solo ipotizzata. Scene di sintesi simbolica (la prostrazione delle giovani novizie, magnifica), tensione erotica strisciante, mistero laico che resta intatto: la dimostrazione che un classico si può maneggiare ancora se, come qui accade, ogni tassello è al suo posto (da citare almeno i costumi claustrali di Anaïs Romand e soprattutto la fotografia di Yves Cape, esaltata nel chiaroscuro settecentesco spesso scolpito a lume di candela). Un ri-allestimento doloroso e avvolgente, irraggiato dalla mirabile interpretazione di Pauline Etienne.