Drammatico

LA RAGAZZA CON LA VALIGIA

TRAMA

Scaricata in un garage dal playboy di provincia con cui ha trascorso gli ultimi giorni, l’ingenua e avvenente Aida Zapponi si mette sulle sue tracce e, grazie al numero di telefono, si presenta a casa di colui che le ha detto di chiamarsi Marcello Marchiori (in realtà il suo cognome è Fainardi ed è lo scapestrato primogenito di una famiglia facoltosa). Per sbarazzarsi dell’insistente ragazza, Marcello domanda al fratello minore di inventarsi una scusa e allontanarla, ma il sedicenne Lorenzo si lascia intenerire e se ne invaghisce immediatamente.

RECENSIONI

Dopo la prova generale del film su commissione Le ragazze di San frediano (1954) e la prima ufficiale di Estate violenta (1959), con La ragazza con la valigia il trentaquattrenne Valerio Zurlini porta a completa maturazione il proprio universo espressivo, fatto di trasalimenti esistenziali, sventagliate emotive e cocenti delusioni sentimentali che si sciolgono nella sofferta disillusione dei suoi protagonisti maschili. Personaggi nei quali, tramite il filtro deformante della finzione, il cineasta bolognese proietta se stesso, il rimpianto di un'innocenza perduta e l'inadeguatezza di un'educazione viziata da principi tanto nobili quanto inattuali (cavalleria, generosità, onore, compassione). Figure di passaggio strette tra il vagheggiamento dell'assoluto e le percosse di un reale disertato dagli ideali. Angeli in caduta libera.

Secondo capitolo della trilogia adriatica (trittico aperto da Estate violenta e chiuso nel 1972 da La prima notte di quiete), La ragazza con la valigia narra l'infatuazione del sedicenne Lorenzo Fainardi (Jacques Perrin) per la ventitreenne Aida Zapponi (Claudia Cardinale doppiata da Adriana Asti), cantante e ballerina sedotta e abbandonata da Marcello (Corrado Pani), fratello più grande e scafato di Lorenzo. Delicato, impacciato e sensibile, l'adolescente asseconda timidamente il piano del fratello per liberarsi di Aida, ma non ha cuore di lasciarla al suo destino di ragazza-valigia e si offre di aiutarla, candidandosi così all'ingrato ruolo di cavalier servente. Il resto del film non farà altro che infangare le sue illusioni, aprendogli impietosamente gli occhi: Aida non è quella creatura fragile e indifesa che si era immaginato, ma una donna smaliziata che non esiterà a sfruttare opportunisticamente la propria avvenenza.

In questa parabola intimista permeata di striature psicologiche (Lorenzo non è poi così disinteressato, Aida non così furba), i personaggi secondari fanno di tutto, pur da fronti opposti, per ostacolare la relazione nascente: se la zia di Lorenzo (Luciana Angiolillo) e don Introna (Romolo Valli) la osteggiano da una posizione altoborghese e perbenista, l'ingegner Francia (Renato Baldini) e Romolo (Riccardo Garrone) la contrastano da un'ottica piccoloborghese e sessuale. Ma la sostanza non cambia: troppo indecorosa per gli uni e troppo platonica per gli altri, l'unione tra Lorenzo e Aida non s'ha da fare. È solo ignorando gli ammonimenti dei primi e mandando al tappeto la tracotanza dei secondi che i due giovani potranno stringersi in un abbraccio estremo, gesto di comunione profonda e al tempo stesso riconoscimento definitivo dell'inconciliabilità dei loro mondi. Una stretta che soffoca l'illusione d'amore nell'amarezza del disinganno

Non è una coincidenza che gli attori chiamati a incarnare i protagonisti della trilogia adriatica siano francesi (Jean-Louis Trintignant, Jacques Perrin e Alain Delon): tre interpreti che da altezze cronologiche differenti (postadolescenza, adolescenza, maturità) comunicano un'estraneità al contesto che tramite i loro corpi si oggettiva cinematograficamente in incompatibilità, disadattamento, invivibilità. Perché invivibile questa realtà di provincia lo è davvero: se Parma reprime e opprime coi suoi monumentali edifici neoclassici, la riviera adriatica aggredisce architettonicamente con le sue terrazze aggettanti e i suoi grattacieli a ridosso della spiaggia, totem di cemento alla rapacità del boom economico.

Zurlini contrappone a questo scempio dilagante una messa in scena fluida ed elegante, ma mai ostentata o sopra le righe: snocciola inquadrature lunghe in profondità di campo e piani sequenza con una scioltezza figurativa e una sensualità visiva attente a non perdere la minima sfumatura recitativa e a non smarrire il nesso tra corpi e spazio, facendoli reagire costantemente (esemplare la sequenza nella quale Aida, sotto lo sguardo rapito di Lorenzo, scende le scale di villa Fainardi in accappatoio e turbante sulle note dell'aria "Celeste Aida").

Ispirata a due ballate provenzali, la partitura per chitarra e clavicembalo di Mario Nascimbene irrora le immagini di tenue malinconia, ma il passaggio audiovisivo più incisivo e pungente è indubbiamente la scena sulla terrazza del Jolly Hotel, durante la quale Aida balla il "Deguello" tra le braccia del Francia mentre Lorenzo la scruta solitario dal divano a dondolo: nei suoi occhi rabbia, sdegno, impotenza, accusa, disperazione, implorazione. Questa la radiosa grandezza di Zurlini: in un solo sguardo l'affastellarsi inquieto di emozioni limpide e vibranti. Raggianti.

Opera malinconica, armoniosa, teneramente mesta. Ama più scavare in profondità che rinvenire le risposte sulle dinamiche di una relazione inconsueta: s’incanta nella loro ricerca, rendendo indimenticabile il disegno dei due protagonisti, uno simbolo della vana potenza dell’amore adolescenziale e l’altra (non mancano le note verdiane di “Celeste Aida”) di un’esistenza segnata dal bisogno. S’incontrano come due rette parallele stranamente assortite, in necessità l’una dell’altra ma impossibilitate all’incontro perché appartenenti a due classi differenti, entrambe solitarie. In allegoria, la ricca villa al mare contro la valigia ospite di un albergo. La loro relazione è messa in discussione dall’intervento del prete (Romolo Valli), quando chiede ad Aida i veri motivi del suo interesse per l’adolescente: una sequenza magnifica ambientata in una sorta di cantiere di museo (i paesaggi, nei film di Zurlini, sono sempre panorami degli stati d’animo), colmo di oggetti e statue rotte, nel momento in cui il prete tenta di dare “forma” alla direzione spirituale del loro legame, intimandoli di andare per vie separate. Splendida anche la lunga sequenza dove i due amanti, sulla spiaggia, paiono essere colti da Zurlini nel mistero della loro futilità. Come spesso nei film del regista bolognese, gli adulti sembrano esangui, immuni dalle passioni, a differenza della gioventù: tutti i suoi film trattano la fine dei sentimenti e le coppie impossibili, con una disperazione di fondo colma di pudore.