Drammatico

LA PRIGIONIERA

Titolo OriginaleLa prisonnière
NazioneFrancia
Anno Produzione1968
Durata105’

TRAMA

José, moglie di un pittore, s’innamora del gallerista di quest’ultimo, attratta dalle sue perversioni sessuali, d’impronta sadomasochistica e voyeuristica.

RECENSIONI


Di cosa è fatta una donna? Santa e puttana, è disposta a tutto per amore, ma non conosce fino in fondo il proprio lato oscuro. E l'uomo? È schiavo delle proprie ossessioni, al punto da diventare "impotente". Marito e amante della protagonista sono agli antipodi, ma possono specchiarsi l'uno nell'altro. La donna chiede loro amore, il primo privilegia la propria carriera artistica, il secondo l'hobby per la fotografia erotica. Entrambi studiano la prospettiva, il modo con cui guardare e riprodurre la Vita ma, come il protagonista de Il Corvo, non "sentono" appieno, non vedono con gli occhi dell'anima e la loro creazione diventa merce. José si fa trasportare da un'inclinazione masochistica e perversa che non credeva di custodire: è disgustata a rivedersi ritratta in fotostatiche saffiche, rifiuta quello che, riprodotto dall'Arte, diventa sporco, non è verità. Clouzot non ha nessuna intenzione di tessere un'elegia del femminino, l’equidistanza è la direttiva principe del suo cinema, teso anche ad apostrofare chi non si accetta per come è, chi non riesce a convivere con l'evidenza (e la non necessaria malvagità) del Male. José, infatti, impegnata a montare un reportage televisivo su alcune donne costrette dai compagni ad atti osceni, scopre che il loro amore sadomasochista spesso non è disgiunto da una morbosa curiosità che si trasforma in piacere. In fondo è comodo obbedire, non si hanno responsabilità. Ed è comodo tirarsi fuori abiurando il disdicevole accaduto. Il gallerista voyeur, degno del meraviglioso Peeping Tom di Michael Powell, (ri)conosce l'ingenua perversa che bussa alla sua porta, la mette alla prova nei ruoli di "master and servant", cerca di aprirle la mente ma finisce con l'infettare le proprie ferite interiori. Pittorico più che mai (i caleidoscopici giochi nella galleria d'arte moderna; la tavolozza di colori nella sequenza in mezzo alle barche; il ritaglio "fotografico" della finestra sulla terrazza), Clouzot ci lascia (era seriamente malato) con l'ennesima opera provocatoria, scandalosa e stimolante, toccando argomenti tabù, rifiutando la facile morale, chiudendo con un sogno psichedelico e con un "Guarirai presto" che potrebbe essere l'augurio (del marito) per la salute dell'incidentata o il rammarico (dell'autore) per un "cuore di tenebra" sconfitto dalla mentalità piccolo-borghese, superba nel pensare all'amore solo come a un idillio paradisiaco.