Drammatico

LA PECORA NERA

TRAMA

La storia di Nicola: 35 anni in manicomio, un trauma alla spalle.

RECENSIONI


La pecora nera, esordio dietro la macchina da presa di Ascanio Celestini, è un adattamento corretto e illustrativo dell’omonimo monologo teatrale. Se nella riscrittura drammaturgica il lavoro originario non perde un grammo dell’efficace retorica dispiegata, impastata di frasi ritornanti e ossessive, slanci anarcoidi che ricordano vagamente i primi lucidi deliri di Roberto Benigni, riflessioni straordinariamente pertinenti sulla genesi delle nostrane mostruosità, un insieme che attesta il suo innegabile valore letterario complessivo, ciò che forse compromette la piena riuscita del film è la timidezza da ultimo arrivato con la quale Celestini traduce il suo immaginario in immagini filmiche. Optando, infatti, per uno stile dimesso e uno sguardo complessivamente convenzionale, tanto nella messa in scena (colori vibranti per i flashback anni ‘70, tonalità cupe per il presente…) che nell’impianto narrativo, il neoregista non centra il bersaglio di una forma adatta e adeguata al testo: non osa, l’immagine si limita a doppiare in maniera ridondante la parola, il visivo non è mai autonomamente performativo, il visibile è ancorato al dicibile (niente di quando non sia dicibile è mostrabile, sembra suggerirci indirettamente). Così facendo, il Celestini regista cinematografico rimare prigioniero, in maniera non dissimile da Nicola, del suo passato di ottimo scrittore e dicitore. La pecora nera, in definitiva, pur nella sua onestà e immediatezza, non ha nulla da aggiungere (perché non ha nulla da “mostrare”) a quanto non sia già stato detto, letto o udito, non arrivando così a giustificare la “necessità” della sua esistenza limitrofa.