Horror

LA MASCHERA DI CERA

Titolo OriginaleHouse of Wax
NazioneU.S.A./Australia
Anno Produzione2005
Genere
Durata105'
Sceneggiatura
Montaggio

TRAMA

Sei ragazzi in viaggio per andare a vedere una partita di football decidono di imboccare una scorciatoia tra i boschi, ma finiscono con l’auto in panne in un luogo isolato. L’unico posto dove chiedere aiuto è un paese disabitato con uno strano museo delle cere…

RECENSIONI

“La maschera di cera” si inserisce nel prolifico filone dei teenage horror che tanto imperversa sugli schermi in questi ultimi anni. Come tutti i prodotti del genere annovera una confezione impeccabile dal punto di vista tecnico: protagonisti giovani e accattivanti, fotografia perfetta, solida regia e messa in scena ricca di dettagli. La qualità della produzione questa volta è garantita dalla Dark Castle di Joel Silver e Robert Zemeckis, ormai con un buon numero di titoli horror alle spalle (“I 13 spettri”, “Nave fantasma”, “Gothika”). Il regista Jaume Collet-Serra fa parte invece della schiera dei giovani talenti emergenti che provengono dalla televisione e dai video-clip musicali.
Il film è strutturato attorno all’ormai classica formula del gruppo di ragazzi variamente assortiti persi in un luogo isolato, e appartiene al sottofilone ambientato nella provincia americana caratterizzata dalla sopravvivenza di “sacche di regressione bestiale e omicida”[1] (“Wrong turn”, “Non aprite quella porta”, “Cabin fever”). La storia come nella maggior parte di queste pellicole è trascurabile, anche se nel film di Serra c’è una certa attenzione ai dettagli e soprattutto alle scenografie. Ovviamente non c’è nulla di veramente originale nel racconto: dai redneck, ai dialoghi tra i ragazzi, fino alle vaghe motivazioni degli assassini. Per una volta però la storia regge fino alla fine, e riesce a tenere desta l’attenzione al di là delle scene gore grazie a una serie di buone invenzioni scenografiche. In particolare il villaggio di Ambrose è stato ricostruito come un immenso luna park della tradizione horror, dove ogni ambiente rappresenta una sequenza ricca di citazioni: la chiesa con le mummie di Norman Bates, il cinema che proietta Che fine ha fatto Baby Jane?, il camping nel bosco di Venerdì 13, e ovviamente il museo delle cere con le persone pietrificate come negli omonimi film di Whale e André de Toth. Quest’ultimo è il vero protagonista della messa in scena, con un finale pirotecnico visivamente straordinario. Gli effetti speciali sono nella media del filone, quindi soddisfacenti, le invenzioni figurative non mancano: come la macchina che trasforma le persone ancora vive in statue di cera.
Per il resto siamo ancora fermi nei dintorni dell’horror citazionista senza uno stile autonomo, pensato a tavolino, in cui domina il binomio sesso-morte e l’orrore si nasconde a due passi dalla normalità quotidiana. I film si rivolge apertamente al pubblico dei giovanissimi, senza troppe pretese, con un occhio ai pop-corn e l’altro allo schermo. Non ha la perfezione tecnica di Alta tensione, o l’originalità di Cabin fever, ma si colloca dignitosamente nella scia aperta dai recenti remake degli horror del passato: la discesa negli inferi ha un suo fascino figurativo, il ritmo è sempre buono, e il finale è all’altezza delle aspettative.