LA MAFIA NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA

TRAMA

Nel 2017, a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, Franco Maresco decide di realizzare un nuovo film. Per farlo, trova impulso in un suo recente lavoro dedicato a Letizia Battaglia, fotografa ottantenne che con i suoi scatti ha raccontato le guerre di mafia, definita dal New York Times una delle “undici donne che hanno segnato il nostro tempo”. Il regista sente il bisogno di affiancare a Letizia una figura proveniente dall’altra parte della barricata: Ciccio Mira, ‘mitico’ organizzatore di feste di piazza.

RECENSIONI

Oltre che con Belluscone - Una storia sicilianaLa mafia non è più quella di una volta mi sembra dialoghi vivamente anche con altri due lavori della filmografia di Franco Maresco, produttivamente meno impegnativi rispetto alla riuscitissima esperienza fallimentare di realizzare un film sul politico che meglio ha saputo interpretare e assecondare la mutazione antropologica degli italiani, che sono La mia Battaglia Gli uomini di questa città io non li conosco.
Il primo dei due progetti presi a confronto, che documenta un incontro (quello tra il regista e Letizia Battaglia, la «fotografa di tragedie palermitane», come lei stessa si è definita, una delle «undici donne», secondo il New York Times, «che hanno segnato il nostro tempo», che ha fatto reportage rimanendo nella città dove vive per il bisogno di «scavare con l'immagine» nel tentativo di «andare al cuore delle cose»), ci dà la misura di ciò che è quest'ultimo documentario: un tentativo di autosabotaggio da parte Maresco ai danni del proprio stesso dispositivo filmico. A un certo punto di La mia battaglia, la fotografa dice, rivolta in camera,: «Io penso che tu mi voglia fare dire che non c'è speranza, ma io non posso... Lo so che le cose vanno male, però io voglio, in qualche modo voglio, fare la mia piccola parte».
La mafia non è più quella di una volta si sviluppa proprio attorno a questo corpo a corpo, a un dialogo serrato tra due figure complementari, quello tra una donna determinata e un uomo dubbioso (quasi una sorta di ideale prosieguo di quelli che compongono le Operette morali), posti l'una di fronte all'altro, che si affrontano proprio attorno a ciò che li lega: Palermo, che nei giorni delle riprese è al centro delle celebrazioni per i 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Maresco è spietato, affascinato e allo stesso tempo terrorizzato dalla presenza del male senza eccezioni, e il capoluogo palermitano, ai sui occhi, sembra esserne diventato una delle peggiori incarnazioni terrestri; per lui viviamo davvero nel peggiore dei mondi possibili: a dimostrazione, oltre a Ciccio Mira e la sua disfatta corte dei miracoli persa nei propri afasici borborigmi, le tante istantanee di quotidiana subumanità, figlie di una sottocultura omertosa di base mafiosa.
Eppure, anche davanti a questi quadri di ordinaria rovina, la fotografa non cede al disincanto e con una sola battuta riesce a far vacillare l'intero impianto retorico messo in piedi dal proprio interlocutore; quando gli dice: «credo che tu queste persone te le sia cercate con il lanternino!» pone l'attenzione su uno degli aspetti più dibattuti del gesto registico di Maresco. L'istante di cedimento Letizia Battaglia lo ha, però, nel corso della commemorazione, ormai ridotta a un'offensiva baracconata, a un'antimafia da vetrina, quella che organizza le “navi della legalità” da cui sbarcano le scolaresche obbligate a commuoversi al ricordo di Giovanni Flacone e Paolo Borsellino. Anche qui, uno scambio di battute tra regista e fotografa sottolinea tutta la disperazione del momento: «Avresti mai pensato venticinque anni fa che potesse realizzarsi questo incubo, che si arrivasse a questo punto?». «Allora piangevamo, non cantavamo, non... Come facciamo? Non potevo aspettarmelo. Ma forse non dovevo neanche vivere tanto».
Ciononostante, pur attestando che le previsioni di quella Cassandra di Guy Debord si sono puntualmente avverate, e cioè che si è precipitati, senza più alcuna possibilità di risalita, in uno spettacolo senza fine e senza alcun senso in cui tutto è stato azzerato (è interessante, però, constatare come in questo clima di sfrenato relativismo il cortocircuito tra vero e falso creato dal regista continui a creare problemi all'occhio smaliziato dello spettatore), Maresco, senza mai rinunciare al proprio cinismo, ma forse segnato dalle parole che gli indirizza, all'inizio del film, Letizia («Però ascolta, non ti mettere con lo scetticismo così come base. Posso essere critica, ma non sono scettica sul fatto che bisogna continuare a lottare e a ricordare.»), non è disposto ad arrendersi all'evidenza, e infatti ciò che gli sentiamo ripetere per l'intera durata del film è: «No alla mafia».
In apertura del pezzo ho chiamato in causa anche un altro lavoro del regista, Gli uomini di questa città io non li conosco, un’elegia in memoria di Franco Scaldati, l'autore teatrale che ha dedicato la sua intera opera agli sconfitti. Per come vanno oggi le cose Letizia Battaglia e Franco Maresco possono essere considerati degli sconfitti, ma come scriveva Scaldati: «Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. È qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza».