Grottesco

LA LEGGENDA DI KASPAR HAUSER

NazioneItalia
Anno Produzione2012
Genere
Durata85'
Sceneggiatura
Montaggio
Musiche

TRAMA

Kaspar Hauser emerge dalle acque. Nessuno sa chi sia.

RECENSIONI


«Just don't ask what any of it – especially bookending shots in which Gallo does Saturday Night Fever moves while UFOs zoom overhead – means». Dall'Hollywood Reporter non ci si può attendere di più. L'imbarazzo, però, è condiviso: di fronte a La leggenda di Kaspar Hauser il corredo tradizionale del critico – uno sguardo imperturbabile, un apparato di schemi e scompartimenti, una metodologia empirica, uno stile analitico, un'ambizione esegetica – vacilla sempre più violento di sequenza in sequenza. Sfortunatamente è un fatto molto inconsueto, eccezionale di certo. Se, in fin dei conti, alla critica come istituzione si domanda di rilasciare attestati di legittimità (estetica, culturale, gastronomica), di giocare d'anticipo con la storia del cinema e con i canoni che verranno, di interpretare il ruolo di interfaccia tra lo spettatore e il film – crudamente, tra il pubblico e l'industria –,  allora cosa farne dello smarrimento? Emerge quasi per caso una specificità del cinema, dell'immagine anzi, che una tradizione dominante ha diligentemente annichilito, fino al punto di sopprimerla persino dall'orizzonte discorsivo (critico e non): il potere ipnotico. Ci si arriverà con calma.
Volendo scrivere del film, prima di cedere all'ipotesi dell'ipnosi, ma dopo aver innegabilmente ceduto alla sua forza, si va a tastoni in cerca se non di una chiave, quantomeno di un appiglio a cui reggersi. Se un'ipotesi ha senso, di solito si trovano conferme. Il Celluloid Liberation Front, forse la punta di diamante di un processo di rinnovamento della critica militante, dichiara senza fronzoli: «It's hard to find adequate words to convey the rare beauty of this film, for its visions are of a primeval kind».


La leggenda di Kaspar Hauser, se proprio bisogna cavar fuori delle etichette, è un surreale western di fantascienza. Dei generi, almeno all'apparenza, si prende giusto la buccia (le figure come il cowboy o gli UFO, i motivi di un'iconografia ridotta ecc.) e si getta via la polpa (il sostrato ideologico, il sistema normativo ecc.). Ogni situazione drammaturgica affonda le proprie radici nel grottesco, più che nel sistema dei generi, già al livello della superficie: Kaspar Hauser (Silvia Calderoni), della cui sorte vogliono farsi carico lo Sceriffo e il Pusher (Vincent Gallo), la Duchessa (Claudia Gerini) e il Prete (Fabrizio Gifuni), ha come sola ambizione fare il DJ. È felice, balla, ripete compulsivo «Io sono Kaspar Hauser» e «Voglio diventare un cavaliere», ha persino dei superpoteri invero risibili (telecinesi su lattine e pentole). I personaggi, che portano incisi sugli abiti o sulla pelle i loro nomi, sono mere funzioni narrative, prive della benché minima plausibilità, o in alternativa corpi scenici, conduttori di un'azione, di un movimento: non esiste psicologia, non esiste umanità. Similmente, il paesaggio desertico – la stessa Alta Gallura di  Beket, primo capitolo di questo dittico – è spogliato di ogni connotazione geografica, ovvero culturale, e condannato al destino assai peculiare di un non-luogo dalla bellezza impressionante. Il gioco è sempre il medesimo: rimosso tutto, resta l'archetipo – nella sua folgorante nudità.

Una ragione non secondaria dell'invisibilità di Kaspar Hauser, nonché del calvario produttivo lungo tre anni che ha alle spalle, sta nel suo sperimentalismo in odore di sovversione.
Manuli crea il paradosso di un vuoto ipersaturo. Una regia che privilegia la camera fissa e dei carrelli lenti e misurati, la fotografia levigata in bianco e nero di Tarek Ben Abdallah, le scenografie naturali della Gallura, le sequenze senza stacchi di montaggio, il minimalismo dei quadri e l'essenzialità dei costumi, farebbero pensare ad una struttura che si regge interamente sulla sottrazione (alla Bresson, per farla semplice). Invece, al contrario, ogni scena si  nutre di un'energia trasbordante, persino barocca – a condizione che, come vuole D'Ors, lo specifico del barocco sia la vertigine – e  ribollente. È la natura musicale del film a garantirne una costruzione simile: l'electro-house di Vitalic non è soltanto colonna sonora, ma figurazione ritmica che impone le proprie modulazioni a tutto il film. In questo senso, mi pare, andrebbe ricercata la ragione dell'ipnosi nel frastuono di ripetizioni e variazioni (di dialoghi, di inquadrature, di temi formali), nell'ossessivo ritorno del non-senso che impone una sospensione di quel montaggio di secondo grado che è il lavoro mentale dello spettatore. E poiché non c'è più da capire, non rimane che contemplare. Incantati


All'osso, la vicenda di Kaspar Hauser è una delle infinite varianti dello scontro tra natura – il buon selvaggio dall'identità misteriosa e dai poteri paranormali – e civiltà – la civiltà degli Sceriffi, dei Preti e delle Duchesse, ma pure dei Pusher, delle Puttane e dei Servi. Non c'è da meravigliarsi che da una narrazione di cronaca tutto sommato non sorprendente, quella di un ragazzetto bizzarro giunto a Norimberga da chissà dove e ucciso da chissà chi, si sia trasformata in pieno Romanticismo in una leggenda, in un enigma e, in definitiva, in una splendida metafora della violenza dell'acculturazione. Di per sé, dunque, Kaspar Hauser è una parabola anti-autoritaria. Nelle mani di Manuli, che con il suo eroe condivide la sorte di non riconciliato, diventa una sinfonia di libertà che si riflette in ogni piano del film – dalla messa in scena alla recitazione, fino alla post-produzione. Asfissiato da un'industria mai dimostratasi così misera, Manuli urla a gran voce le possibilità di un cinema altro, anarcoide, sregolato, magnetico, libero. Per quel che ne so, potrebbe persino non essere cinema.

Kaspar Hauser è la vita al lavoro.