Commedia

LA FEBBRE

TRAMA

Cremona: sogna con gli amici di aprire un locale notturno ma vince un concorso in Comune e attira l’invidia del dirigente.

RECENSIONI

CASOMAI l'invidia fosse febbre, tutto il mondo l'avrebbe: i romantici e volenterosi Don Chiciotte si troverebbero vessati fino alla frustrazione. Ci sono delle vie di fuga: la poesia (di Derek Walcott) che conserva il bello in un paesaggio tombale, l'amore (purtroppo, alla D'Alatri, da spot: ma si salva concettualmente in quanto chimera), la coraggiosa rinuncia al Sogno che ti rende ricattabile. Cifra stilistica di D'Alatri, i poco persuasivi sprazzi onirici (molto felliniani, vedi LE TENTAZIONI DEL DOTTOR ANTONIO con Volo ridotto a figurina sul corpo della cubista e la scena della Banda musicale nella nebbia) permeano la pellicola finché abitano la testa del protagonista, fino alla surreale sequenza con il Presidente della Repubblica che rifiuta la rinuncia alla cittadinanza italiana. La realtà è fatta di stereotipi: parenti felici per l'ottenimento del posto sicuro, la competizione madre-fidanzata, la compagnia ilare d'amici, il dirigente fumettisticamente cattivo. Ma, come e meglio che nell'opera precedente, il cinema di D'Alatri vale più per la consistenza e la passione morale contro il malcostume umano/italiano, che per l'organizzazione ardita dei suoi elementi: incerto, come il protagonista, fra il felice movimento della propria testa pensante e la "sicurezza del posto fisso", finisce con l'abbracciare la poetica dell'outsider (l'amico in disparte di Volo) che rinuncia a combattere il potere stolto e l'umanità meschina. La vita non ha nessuna pietà per i Vinti (il collega vicino alla pensione): la Vita è adesso, non la puoi mettere fra parentesi. L'idealista combatte contro la propria Morte quando lo sbattono al cimitero, preservato dalle dolci parole di un'anima gemella che lo ama proprio in quanto diverso. Se la commedia amara cerca una sorta di lieto fine con rivalsa, la sua poetica della fuga è quasi anarchica: lontano dalla civiltà, circondato da animali, dedito all'Arte e all'Amore. Capace di incassare un pugno d'amore dal fratello e di prenderla nel culo con fierezza in un Belpaese che disturba, con il suo gioco truccato, anche il sonno dei morti.

Alessandro D'Alatri continua a occuparsi dei trentenni e dopo avere messo al centro del suo sguardo il rapporto di coppia ("Casomai") si concentra sulla frustrazione di essere giovane, creativo e volenteroso nell'Italia contemporanea. È ancora la fluidità del racconto il punto forte della sua visione, abbinata a uno stile, di evidente derivazione pubblicitaria, che può non piacere ma ha il pregio di distinguersi da un'impaginazione convenzionale. Al di là della forma accattivante, però, il ritratto di costume imbastito da D'Alatri procede a intermittenza, alternando notazioni interessanti a parecchi luoghi comuni. C'è troppa carne al fuoco nella sceneggiatura, efficace nei dialoghi, ma non nel delineare le motivazioni attraverso cui i personaggi arrivano al confronto, e incapace di trovare un compromesso tra la voglia di dire e quella di insegnare. Così il protagonista finisce per avere una problematicità perlopiù apparente, prigioniero di un'aureola che lo rende eroe minimale, solo contro un mondo brutto e cattivo. Sì, è duro con gli amici e ingiusto con la madre, ma uno sguardo accondiscendente sembra preservarne sempre la purezza. Nel ritratto di provincia di D'Alatri c'è spazio solo per il perimetro delle pulsioni, perché tutto è teso alla dimostrazione. L'apice del peggio, in tal senso, si ha nell'ubriacatura plateale sotto la pioggia, con tanto di ricovero in ospedale, ma trova riscontro anche nell'inconsistenza della storia d'amore, nel semplicismo con cui la carriera di volenteroso impiegato comunale è interrotta dai soliti personalismi, nella rapidità con cui gli amici del cuore diventano conoscenti e nell'inverosimiglianza della fuga da casa senza una valigia e con il solo bagaglio della mitezza e del buon senso (restando comunque sempre pulitino e ordinato). Per non parlare della banalità del finale in stile bucolico "quattro cuori e una capanna", in cui la vita di campagna è scontatissima panacea. In tal contesto anche i personaggi non possono che trovare rifugio nello stereotipo, incappando nella macchietta (il capo ufficio invidioso), nell'inutilità (la cubista letterata) e nel luogo comune (la madre chioccia), nonostante le buone interpretazioni fornite dal cast. Per fortuna il film è anche altro e accenna a tematiche importanti che raramente trovano spazio al cinema: la difficoltà di comunicare la propria felicità (nella mestizia è più facile ritrovarsi complici), il muro alla comunicazione costruito dall'invidia, le trappole della burocrazia, i rischi della compiacenza (per accontentare tutti si finisce per scontentare se stessi), la delusione nei confronti di una società che non si preoccupa di dare corpo ai sogni. Quello di cui si sente la mancanza è un punto di equilibrio in grado di dosare i vari elementi senza che prevalga la sensazione di un accumulo privo di approfondimento. Comunque sia la scorrevolezza ha la meglio. Così come la simpatia del protagonista Fabio Volo, più personaggio che attore ma in grado di incarnare, pur nella paraculaggine, un innegabile sentire del nostro tempo.