Netflix, Recensione, Thriller

LA DONNA ALLA FINESTRA

Titolo OriginaleThe Woman in the Window
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2019
Genere
Durata100’
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Anna Fox soffre di agorafobia: irrompono nella sua dimora il figlio dei nuovi vicini, in cerca di conforto, e sua madre che, una sera, vede accoltellata alla finestra. Chiama la polizia ma non le credono, dato che la madre del ragazzo è ancora viva.

RECENSIONI

Fra indecisioni produttive (pubblico frastornato ai test, sequenze aggiuntive pianificate da Wright ma affidate a Tony Gilroy) e ritardi nell’uscita causa Covid, il film traduce con la penna prestigiosa del drammaturgo Tracy Letts il best seller di A.J. Finn, alias Daniel Mallory. Poco importano i ripensamenti, la banalità del serial killer e la spettacolosa parte finale su terrazza con pioggia (Gilroy?), nel momento in cui, per tutto il resto, la messinscena testimonia il talento figurativo di Wright. Ogni sequenza è Cinema che accresce le maglie del testo di Letts, la diacronia e la bravura degli interpreti: dall’incipit in cui la luce s’irradia nell’appartamento e la fotografia di Bruno Delbonnel ne fa arcobaleni, al modo geniale in cui sono immaginati gli interni fra giochi di specchi e movimenti di macchina con quadri obliqui; dall’invasione dello schermo televisivo che contorna il primo piano di Amy Adams, alle gocce nel lavandino a tempo con le note musicali; dai ricordi che dondolano come la sedia, ai vari giochi prospettici (la foto su cellulare caricata in primo piano). Il rompicapo giallo gioca sulle allucinazioni, sul trauma rimosso e, soprattutto, su Hitchcock, dalla Donna che Visse Due Volte al fermo-immagine tremante di La Finestra sul Cortile: l’ubiquità dell’alfabeto cinematografico, in forma di sua grammatica o di cinefilia diegetica, fa sostare l’opera in un’interzona meta con rielaborazione creativa di eccellenze e pulsioni dei classici, fra zoom con macchie di sangue sull’obiettivo e luci che si affievoliscono sul set. Letts e Wright, cioè, entrano subito in empatia con la protagonista che trasforma il trauma (l’automobile rotante nel vuoto) in un rifugio (la palla di vetro con neve natalizia), facendole indossare le lenti del Cinema che, viaggiando fra le dimensioni, insegna dolcemente la catarsi per vedere l’automobile nel salotto.