Horror

LA BAMBOLA ASSASSINA

Titolo OriginaleChild's Play
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2019
Genere
Durata90'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

In Vietnam viene assemblata, per conto della Kaslan Industries, la bambola “Buddi”, dalle fattezze inquietanti. Un dipendente, umiliato dal suo responsabile, decide di vendicarsi disabilitando i protocolli di sicurezza di una delle bambole (sotto un temporale che ricorda/cita alla lettera quello in cui il Chucky originale, nel 1988, venne posseduto dalla mente del serial killer Charles Lee Ray).

RECENSIONI

Un revival (di fine) eghties in tutto e per tutto. Forse troppo. Child’s Play (1988), di Tom Holland, si è guadagnato una fama (e sei sequel) che va probabilmente oltre i suoi meriti oggettivi, ascrivibili (meglio: circoscrivibili) alla creazione dell’icona Chucky, entrata nell’immaginario collettivo. Ma il film era una cosetta un po’ ingenua, venata di (più o meno volontario) umorismo. Uno slasher, già cronologicamente tardo (i tempi d’oro di Jason, Michael e Leatherface erano passati da un pezzo), con soggettive ad altezza bambola assassina.
Il remake/reboot di Klevberg riprende lo spirito anni ’80 del prototipo (la prevedibilità, le ingenuità, il relativo poco coraggio splatter, presente ma edulcorato, privo di vera crudeltà) macambia alcune carte in tavola importanti. La nuova bambola non è più posseduta da un serial killer ma diventa un giocattolo (dolosamente) difettoso e questo ne determina un mutamento di carattere: non cattivo tout court ma qualcosa a metà tra un robottino asimov-iano privato delle tre leggi e un personaggio ingenuo che diventa cattivo quasi senza malizia. In aggiunta, la status tecnologico del nuovo Buddi/Chucky insinua una chiave di lettura antimoderna e tecnofoba che fa un po’ ridere i polli.

Ma insomma, al netto di tutto, La Bambola Assassina (2019) è davvero un filmetto. Molto anni ’80, come si diceva in apertura, pienamente anni ’80 ma non in senso necessariamente buono. I fratelli Duffer (Stranger Things) ci hanno (di)mostrato che la riesumazione degli eighties funziona se metabolizza e rigenera, strizza l’occhio e agghinda in abiti moderni. Klevberg si ferma al grado (2.)0, insinuando (preterintenzionalmente) il dubbio che forse, ‘sti horror anni ’80 – salvo rare eccezioni - sarebbe meglio relegarli nei benevoli anfratti della memoria.