Azione, Spionaggio

KNOCKOUT

Titolo OriginaleHaywire
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2011
Durata93'
Sceneggiatura
Scenografia

TRAMA

L’agente segreto/speciale Mallory Kane si occupa di missioni segrete/speciali non autorizzate dal governo. Qualcuno la incastra. Qualcuno la pagherà.

RECENSIONI

Soderbergh incarna alla perfezione la figura di regista/autore trasversale, capace com'è di fluttuare tra diversi registri: dall'operetta minima(le) a budget zero e attori non professionisti (Bubble) alla grandeur all star degli Ocean's, passando per non tutte ma molte delle modulazioni possibili, la sua è una filmografia che non si fa mancare niente. Autoindulgenza, presunzione, freddezza, calcolo sono solo alcuni dei sostantivi che potrebbero tornare utili per definirlo, ma ha i suoi indubbi meriti. Perché quando il colpo gli riesce, e in Knockout gli riesce, è veramente capace di dare un’interpretazione obliqua e originale del genere - o dei generi - di riferimento. Qui è alle prese con uno Spy/Thriller molto fisico, pieno di pedate e ceffoni, e una "star", Gina Carano, che sprizza straight to dvd da ogni poro recitativo. Eppure, questo connubio un po' malsano tra Mission: Impossible e Double Impact ha i suoi motivi di interesse. Se si tralascia una narrazione a incastri temporali parecchio risaputa ma funzionante, trattata con sufficienza molto soderberghiana, il film possiede una personalità piuttosto spiccata.

Intanto, quella scelta da Soderbergh è un'impostazione registica sostanzialmente statica. Nelle sequenze di dialogo, c'è abbondanza di primi e primissimi piani fissi, prolungati oltre il "necessario" a fini suspense-ori, ma è soprattutto quando il film dovrebbe esplodere in un tripudio action che la situazione si fa interessante. Non che manchino movimenti di macchina nervosi e panoramiche a schiaffo, ma spesso e volentieri la macchina da presa prende le distanze dall'azione e (si) opta per il totale, ossia per la chiarezza espositiva. Le evoluzioni della protagonista sono così osservate con freddezza, da un punto di vista privilegiato ma neutro, capace di donare uno strano realismo a situazioni vandammiane di altrimenti difficile digestione. E qui Soderbergh cala l'asso, ossia un sound design davvero azzeccatissimo e perfettamente coerente con la colonna visiva. Quando il gioco si fa duro e la pettoruta Gina inizia a menare le mani, l'interessante score futur-70's di David Holmes si zittisce e lascia il campo a una diegesi sonora rarefatta, ovattata, (ancora) realistica, che conferisce rinnovata dignità alla gomitata nello sterno e alla calcagnata sulle gengive.

Dell’imperturbabilità della Carano si è già detto, ma che la gladiatrice non fosse la nuova Bette Davis era noto ai più. Meno scontato, semmai, era attendersi omologa performance da parte dei suoi più accreditati colleghi che invece, probabilmente per galanteria, decidono di metterla perfettamente a suo agio. Il titolo originale, Haywire, significa “folle”, “fuori controllo”. Quello italiano, Knockout - con tanto di sottotitolo, Resa dei conti - certifica invece che il cancro dei titolisti nostrani è lungi dall’essere estirpato.

Del maestro Jean-Luc Godard (nessuno, dopo di lui, ha inventato qualcosa di nuovo al cinema, dice), Soderbergh ha introiettato la presa di coscienza cinematografica degli stereotipi per eluderli, irriderli e manipolarli. Raramente è riuscito, se si esclude L’Inglese (di cui torna lo sceneggiatore: Lem Dobbs) a riscrivere il genere in una dimensione parallela potente ed originale. Qui ci va vicino: all’inizio sembra di ripiombare nelle sue opere sperimentali e antinarrative, poi emerge il pieno dell’azione, mentre frammenti del background sul rappresentato affiorano grazie ai flashback. Ma l’impressione è che a Soderbergh non interessi spiegare cosa e perché succeda, quale sia la missione, chi siano le persone coinvolte o cosa rappresentino: in modo a suo modo rivoluzionario, spoglia il film spionistico e d’azione degli orpelli che è raro siano interessanti nel filone, per lasciare nuda e cruda l’azione stessa. Fino al film teorico. Una sensazione rafforzata dall’aver ingaggiato la vera campionessa d’arti marziali (muay thai e mixed martial arts) Gina Carano in arte “Crush”, per riprendere in digitale e senza stunt o effetti di sorta combattimenti più veri del vero, strabilianti anche perché, siffatti, inediti sullo schermo-cinema. Bellissima la rincorsa del criminale per le strade di Barcellona in incipit (come ogni film di spionaggio conviene, i set dichiarati in giro per il mondo sono tanti): Soderbergh toglie l’audio diegetico, spara la musica e se ne frega di spari ed esplosioni, mostrandoli come mera coreografia.