Azione, Drammatico, Jidai-geki

KILLING

Titolo OriginaleZan
NazioneGiappone
Anno Produzione2018
Durata80'
Sceneggiatura
Scenografia

TRAMA

Tsuzuki è un giovane samurai di campagna, inesperto e ancora spaventato dalla violenza. L’incontro con il maestro Sawamura lo obbligherà a confrontarsi con la sua debolezza e con gli aspetti più dolorosi della vita adulta.

RECENSIONI


Le fiamme ardenti di Nobi, il corpo scosso da spasmi di Kotoko. Il feticismo erotico della pistola di Bullet Ballet, la riscoperta del corpo di Tokyo Fist. Di tanti autori si dice che procedono per accumulo, un’opera dopo l’altra che va a contenere e reinventare le precedenti. Come sottolineato da Ghezzi però Tsukamoto non si limita a questo ma fa di quell’azione di accumulo il cuore stesso del suo cinema, insieme di immagini e corpi e tagli che si mescolano ed evolvono assieme. Non è solo cinema della mutazione ma mutazione del cinema, mutazione dello sguardo e dell’ossessione. In questo movimento costante, che raccoglie la materia e la strappa ancora una volta, sempre in avanti, come un tessuto muscolare che si apre a nuove tessiture e forme, Zan (Killing) è un film che sorprende, spiazza anche, perché da questo movimento sembra uscire per fare un passo di lato, un approfondimento collaterale, come a concentrarsi solo adesso su un aspetto da sempre soggiacente al percorso del suo regista. Zan è un corollario che prende la forma di un film relativamente semplice, più piccolo, un colpo unico incentrato su un singolo gesto. Una storia di sangue.
Siamo nel Giappone di metà Ottocento, quando la società giapponese inizia a subire pressioni costanti affinché si apra a un commercio internazionale. Quest’evoluzione forzata genera però gravi tensioni sociali, il rischio di uno scontro civile si fa sempre più forte. Gli echi di guerra non risparmiano le campagne e arrivano anche al villaggio dove vive da poco Tsuzuki, giovane samurai che ha trovato ospitalità in cambio di protezione e aiuto nei campi. La vita trascorsa tra i campi prosegue però senza particolari novità, Tsuzuki continua ad allenarsi con il piccolo Ichisuke e ad avvicinarsi alla sorella di lui Yu. Schiva ogni confronto reale, evita il contatto fisico con la giovane donna, si muove dimesso sulla soglia della vita. A trascinarlo con violenza in un brutale percorso di formazione sarà l’incontro con il samurai Sawamura, guerriero esperto ma alla fine dei suoi giorni che sta cercando di raccogliere una squadra di uomini per andare a combattere nell’imminente guerra. Il rapporto tra lui e Tsuzuki non va però come previsto, la missione si rivela un falso movimento aggrovigliato su sé stesso, almeno fino a che Tsuzuki non sarà costretto ad affrontare il suo timore più grande. Per il ragazzo l’iniziazione al sangue e alla violenza non è più rimandabile.

L’atto di uccidere. Killing. La storia di un gesto. Come si diceva il quattordicesimo film di Tsukamoto è come la scintilla di un colpo di spada, un film a cui non mancano morti e sangue ma in cui tutto converge verso un solo omicidio, un battesimo di sangue che segna l’approdo di Tsuzuki all’età adulta. Zan è un limpido e terribile percorso di formazione nel quale si inanellano una serie di passaggi rituali: la malattia, il sesso, la violenza. L’ultimo di questi sarà l’atto di uccidere, indirizzato verso il nuovo maestro che come un padre si pone al servizio della crescita del figlio, in un distacco traumatico e testamentario reso ancor più brutale dal fatto che troviamo lo stesso Tsukamoto ad interpretare Sawamura, apparentemente deluso dalla debolezza di Tsuzuki ma di fatto disposto a sacrificarsi per essa, andando consapevolmente incontro alla morte.
Elegia della fragilità, dell’irrisolutezza che sfonda il cuore e fa tremare la mano, che congela la potenza sessuale e trasforma il contatto fisico in tensione e spasmo di violenza, Zan si propone come prologo della follia bellica di Nobi, antecedente sulla perdita dell’innocenza che segue lo scorrere del primo sangue. Tutte le armi automatiche che componevano l’orchestra sinestetica della Seconda Guerra Mondiale si condensano qui nel filo di una spada, l’orrore del campo di battaglia disgregato – che procede senza soluzione di continuità dentro e fuori la mente, davanti e oltre lo sguardo – trova il suo peccato originale, il suo gesto primigenio. Non a caso le immagini che chiudono il film, e che seguono l’omicidio compiuto infine da Tsuzuki, derivano dalla soggettiva sconvolta di Yu, testimone di un atto brutale restituito in tutta la sua portata. L’obiezione di coscienza di Tsuzuki, il senso di responsabilità dovuto al possesso di un’arma e della conseguenza facoltà di uccidere collassano come  un argine in frantumi che sfregia l’esistente con un impeto blasfemo. Oltre si apre la pianura in fiamme di un secolo infetto dalla crisi della ragione.
Non è la prima volta che vediamo l’atto di uccidere svolgere il ruolo di rito di passaggio; Tsukamoto però restituisce questo topos con un’intensità tragica sconcertante, un nuovo orizzonte plumbeo e soffocante in cui il grido finale di Yu risuona come l’urlo di terrore di Laura Palmer.