Azione

KILLING SEASON

Titolo OriginaleKilling Season
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2013
Genere
Durata91'

TRAMA

Un serbo raggiunge, isolato sulle montagne, un ex-colonnello delle forze Nato impegnate nel conflitto del suo paese con la Bosnia. Si vuole vendicare: per cosa?

RECENSIONI

In poche parole: di cattivo gusto. Lo sceneggiatore Evan Daugherty (Biancaneve e il Cacciatore, e dice tutto) compone l’ennesimo Caccia Spietata, per non risalire a Duello nel Pacifico, con i due contendenti nella natura selvaggia, microcosmo frequentatissimo (anche da William Friedkin, con The Hunted). Perché scomodare l’esecrabile conflitto serbo-bosniaco? Lo script originale era ambientato negli anni settanta e la “contingenza” con l’ex–Jugoslavia è appiccicata con lo sputo. Un’aggiunta gratuita, dato che lo scopo principale del film è la messinscena del corpo a corpo che Mark Steven Johnson (altro curriculum vitae che dice tutto, fra commedie e supereroi), neanche sa filmare in modo eccitante, con sequenze inefficaci per soggettive e montaggio, risibili nell’osservare due ex-militari, presumibilmente micidiali, che si liberano dal giogo l’un dell’altro facilmente ed in continuazione, ribaltando la situazione con picchi operettistici in fotografia giallastra. Se, poi, il film ambisce a farsi allegoria del circolo vizioso delle guerre (civili), non centra il bersaglio (“Dio esiste perché un male così grande non è dell’uomo”). Il cattivo gusto permea il film dalle scritte iniziali sugli orrori di quel conflitto, passando per torture e offese sopra le righe, alla scelta, tipicamente hollywoodiana, di un divo anglosassone in panni stranieri (John Travolta, con look coreografico, in originale sfoggia l’accento slavo), scelta tollerabile se, almeno, la caccia fosse stata esaltante. Il “lieto fine” (“Vogliamoci bene…”) è l’apoteosi del fallo e rende incomprensibile il senso della parabola: perché un mostro serbo ce l’ha con chi lo voleva giustiziare se, poi, si sente in colpa proprio per ciò per cui sarebbe stato giustiziato? E perché gli autori, infine, lo appaiano al soldato americano, che ha deposto le armi e vive di rimorsi, come se fossero commilitoni d’onore stile La Grande Illusione?