TRAMA
RECENSIONI
C'è stato un tempo, a metà degli anni '00, in cui il nome di Miranda July sembrava destinato a segnare profondamente il cinema indipendente americano degli anni a venire. Premiato al Sundance e, soprattutto, vincitore della Camera d'or al Festival di Cannes nel 2005, l'esordio Me and You and Everyone We Know, diventa infatti fin da subito un piccolo cult, su cui piovono lodi perfino esagerate. Esasperando alcuni degli elementi tipici del cinema indie a cavallo del nuovo millennio (la weirdness e la solitudine della provincia americana, il tentativo di ricucire insanabili strappi emotivi e affettivi, la ricerca di riconoscimento delle proprie aspirazioni artistiche, la disperazione celata sotto un velo di strampalato immobilismo, il racconto corale…) e portandoli in modo così dirompente alla cortese attenzione del pubblico e della critica del circuito festivaliero europeo, il primo film di Miranda July probabilmente contribuì, suo malgrado, a trasformare tali costanti nei luoghi comuni che in quel periodo già iniziavano ad (ri)definire ancora una volta l'etichetta di film indipendente o, in senso spesso dispregiativo, di “film da Sundance”. Ecco, a quei tempi, la regista originaria di Barre, nel Vermont, pareva aver rapidamente trovato una sua dimensione, capace fin da subito di oltrepassare gli schermi e i gusti del festival di Park City inserendosi senza paura all'interno della strada che i vari Clark, Korine e Solondz avevano già ben che spianato. Poi però, altrettanto rapidamente, scompare dai radar. Il secondo film, The Future (bizzarro e disperato racconto di una coppia in crisi che decide di adottare un gattino malconcio), arriva appena nel 2011, viene presentato di nuovo al Sundance e in concorso alla Berlinale, e poi presto dimenticato. Per Kajillionaire, ovviamente ancora lanciato dal Sundance nel gennaio del 2020, bisognerà aspettare altri nove anni.
Di anni, da quell'acclamato esordio, ne sono passati quindici, eppure il terzo film di Miranda July non si discosta troppo dalle coordinate già esplorate in precedenza. Kajillionaire racconta infatti una storia di solitudini suburbane, difficoltà relazionali e, soprattutto, di dipendenze affettive tossiche e opprimenti che si sviluppano all'interno di una famiglia disfunzionale dalla quale è difficile emanciparsi. In questo contesto, il percorso di consapevolezza e maturazione tipico del coming of age non può che arrivare in ritardo e in modo brutale e traumatico. La coralità di Me and You and Everyone We Know cede allora il passo alla vivisezione del particolare già affrontata in The Future, una struttura costituita da un sistema chiuso, precario e dolorosamente statico, che ad un certo punto si trova a dover fare i conti con l'inserimento di un elemento esterno, sia esso un gatto da accudire o una ragazza da valorizzare per portare a termine le proprie attività truffaldine. Ritorna soprattutto uno stile, tutto rigore geometrico, colori pastello, minimalismo narrativo e immobilismo sghembo, di fronte al quale, oggi, è lecito alzare più di un sopracciglio. Perché il tempo passa, e passa pure il cinema, che con quel tempo e con quello spazio dialoga costantemente.
L'universo weird così raccontato da Miranda July insomma, al di là di alcune trovate piacevoli, al di là dell'affetto che qua è là affiora nei confronti dell'ingenua stramberia dei suoi personaggi, al di là dei simbolismi più o meno marcati e azzeccati che punteggiano il racconto (il leitmotiv del terremoto come espressione della turbolenta interiorità di Old Dolio, la colata di sapone nel rifugio come immagine della precarietà assurda di una famiglia fuori dall'ordinario), è un mondo che sconta in partenza un ritardo di almeno vent'anni e che per questo, in fondo, finisce per parlare tanto di/con se stesso, ma poco e male con noi e con il nostro presente.
Il ritorno di Miranda July è allora uno di quegli avvenimenti che costringono a fare i conti con l'eterno ritorno di un passato e di un cinema che sembra per certi versi impermeabile allo scorrere del tempo e a qualsiasi evoluzione o urgenza esterna (e non è sempre un male, sia chiaro). Kajillionaire è però un film che potremmo aver visto ieri o vent'anni fa, o che potremmo perfino vedere fra vent'anni, e che ci direbbe sempre le stesse cose, nello stesso modo, mettendo in campo gli stessi sentimenti, le stesse pulsioni, le stesse immagini. Nuovo, eppure già vecchio; a tratti divertente, ma in fondo non così tanto; commovente certo, ma mai abbastanza da lasciare il segno. È un film che fa fatica ad andare oltre quello che mostra, accuratamente preconfezionato in immagini che attraggono, ma che dicono sempre troppo e con le quali raramente è stimolante instaurare un dialogo. Si resta lì, sospesi su una superficie piacevole e stralunata, che forse non riesce a restituire pienamente la tossicità dei legami che vorrebbe raccontare, e che soprattutto inizia a dissolversi nel momento in cui finiscono i titoli di coda.