Drammatico

JUNGLE FEVER

TRAMA

Un architetto di colore tradisce la moglie con la segretaria italiana: se i parenti di quest’ultima lo scoprissero, sarebbe uno scandalo. Suo fratello maggiore si fa di crack.

RECENSIONI

Aperta e chiusa da titoli ingegnosi (su segnaletica stradale prima, con karaoke poi), l’opera ripropone lo sguardo divertito/ente e/ma feroce/paradossale sulle tensioni etniche metropolitane di Spike Lee. L’autore scava con piglio sociologico nelle mentalità, nei luoghi comuni, nei “si dice” delle tribù/etnie urbane che vivono nel pregiudizio, nell’orgoglio di razza e nella chiusura, come se appartenessero a villaggi separati da una giungla. A volte, però, la febbre sconfina (proprio perché interdetta, suggerisce Spike Lee), prende due colori e li unisce nella passione, scatenando le ire dei consanguinei e l’espulsione dal “clan”. In un crescendo tragico, il regista parte sul filo del realistico, con i proverbiali e scoppiettanti dialoghi gergali, con recitazioni concrete e/ma caricaturali, oppure con caratteri bozzettistici approfonditi da un solo gesto significativo, di quelli che connotano nel mare di stereotipi in cui navighiamo. Per (di)mostrare le radici dei tabù senza essere manicheo, per articolare e sfumare le proprie riflessioni all’insegna di una maggiore complessità, Lee mescola più registri e stilemi in un calderone in ebollizione, arrivando ad espandere lo sguardo senza confondere (le idee): l’attenzione puntigliosa al commento sonoro (canzoni di Stevie Wonder), le soluzioni visive barocche (molti carrelli e dolly) e/o azzardate che conducono su terreni sdrammatizzanti o estranianti (l’attore sul carrello della macchina da presa; le gotiche ed incubali scene girate alla “Casa del crack”; certi Primi Piani angolati e dal basso; il girotondo della mdp al tavolo delle trattative), i rimpalli continui fra sarcasmo, ferocia, crudezza, lucidità, allegria, erotismo, condanna, ipocrisia, cinismo, allusioni ambigue-sardoniche (bianchi e neri uniti come fratelli solo quando si fanno), punto di vista personale e dei suoi protagonisti. A forza di maneggiare luoghi comuni per scardinarli, rischia di rimanervi invischiato (italiani maschilisti e maneschi, afroamericane sboccate, neri con il complesso di inferiorità verso i bianchi) o di forzare troppo la mano (la sua città è tutta intollerante), ma porta al sorriso (il balletto lezioso di Samuel L. Jackson) mentre lavora al corpo, per poi stendere al tappeto con violenza: i suoi personaggi, in realtà, non smettono mai di soffrire, è Lee a decidere quale effetto ciò sortisca sulla visione.