Cinecomic, Drammatico, Thriller

JOKER

TRAMA

Gotham City, 1981: Arthur Fleck è un clown fallito, aspirante comico, che vive con l’anziana madre Penny. Diventerà il famoso Joker.

RECENSIONI

La categoria film furbo è una detestabile scorciatoia critica, che significa tutto e niente, al pari del concetto di film ricattatorio. Non diremo, perciò, che Joker è un film furbo ma piuttosto che si tratta di un film stratificato, leggibile a più livelli, ed è proprio da questa possibile pluralità di approcci che nasce la sua capacità di aggirare molte insidie e di uscirne indenne. Intanto, è un Cinecomic ma non è un Cinecomic. Sulla carta, si tratta di una classica origin story, incentrata sulla genesi di un villain in luogo del consueto (super)eroe, ma evita accuratamente qualunque apparentamento estetico con i suoi ipotetici omologhi. Sia quelli Marvel – e qui non c’è da stupirsi – sia quelli che orbitano intorno al DC Extended Universe, dei quali va ad ampliare la schiera. Benché l’approccio DC sia mediamente più serioso di quello Marvel (anche se le ultime uscite stanno confondendo un po’ le acque), il film di Todd Phillips fa comunque storia a sé, con la parziale (e prevedibile) eccezione della trilogia di Nolan (anch’essa tecnicamente fuori dal DCEU). Fondamentalmente, dire che Joker è un Cinecomic è come dire che Twin Peaks è una semplice serie televisiva o che i Naked City di John Zorn sono un gruppo grindcore: talmente approssimativo da risultare sbagliato. Twin Peaks non è semplicemente una serie ma, fra le mille altre cose, una meta-riflessione terroristica sulla serialità e i Naked City usano i generi – tra i quali il grind - come situazioni sonore concettuali. Ma non divaghiamo.

Joker è un Film d’Autore consapevole fino al programmatico, che gioca la propria autorialità proprio sull’essere-non-essere un Film di Genere. Muoversi in questo territorio ambiguo gli permette di oscillare morbido e fluido tra i due poli e di allungare la proverbiale coperta corta: le concessioni ad alcuni stanchi topoi delinquenziali sembrano giustificati dall’apparentamento col genere (il povero cristo dall’infanzia terribile, bullizzato dalla vita, che va fuori di testa e diventa Cattivo); dall’altro polo, tutto quello che Phillips inserisce di autoriale - dalla sistematica antispettacolarità, al disagio quasi materico che emerge da molte inquadrature passando per lo spazio/tempo concesso al virtuoso overacting di Joaquin Phoenix che finisce per “diventare/essere” il film – viene magnificato e, letteralmente, sopravvalutato in virtù delle origini fumettistiche dell’operazione -. A livello di (eccessiva) semplificazione, la vulgata può diventare presto questa: per essere un cinecomic, Joker è un capolavoro. E non è forse un caso che le cose funzionino fino a quando le due anime del film dialogano organiche ma parallele, a distanza di sicurezza. I rari momenti in cui il legame col genere/Batman diventa in qualche modo esplicito la situazione si complica: la compresenza nella stessa inquadratura tra Arthur, Thomas Wayne, Bruce Wayne e Alfred, la citazionista (la collana di perle) morte dei coniugi Wayne di fronte al bambino pipistrello, sono tutti momenti quasi stranianti, che rischiano di sabotare il delicato equilibrio su cui si adagia il film.

Non contento, Phillips confonde ulteriormente le acque dotando il suo Joker di un’aura quasi subliminale da Mind Game Movie, film enigma/congegno con (o senza) agnizione, da rileggere e ripensare per trovarne il meccanismo di funzionamento e, possibilmente, la soluzione. La natura allucinatoria della relazione tra Arthur Fleck e Sophie Dumond, infatti, insieme a ellissi e (apparenti) incongruenze narrative successive, impongono cautela: quanto è realmente credibile tutto quello che viene raccontato e vissuto da Arthur, visto che il nostro sapere è sostanzialmente sovrapponibile al suo e lui è un narratore inaffidabile? Joker è stato veramente invitato alla trasmissione di Murray Franklin? La reazione dello stesso Murray di fronte alla confessione del neo-joker è credibile e (quindi) reale? E la sommossa di Gotham, ispirata (d)al Joker, non potrebbe essere solo un desiderio del Joker stesso, così come l’uccisione dei genitori di Bruce Wayne per mano di un suo emulo? O magari l’assassino è il vero futuro Joker, che inizia la sua “carriera” proprio emulando il disadattato criminale Arthur Fleck? E non c’è una sospetta mancanza di continuity tra l’arresto di Arthur, la sua liberazione per mano dei facinorosi e il fatto che nel finale lo ritroviamo di nuovo sotto arresto nell’Arkham Asylum? E se, in realtà, “tutto il film” si svolgesse nella mente di Arthur Fleck (sempre che sia il suo vero nome), recluso ab initio nell’Arkham Asylum?

Sta forse qui il legame più forte col Cavaliere Oscuro di Nolan e, per la proprietà transitiva, con i fumetti. In “Batman – The Killing Joke”, di Alan Moore e Brian Bolland, importante fonte di ispirazione di entrambi i film, Joker torna più volte sul tema del passato, della memoria. Ricordare è pericoloso, dice a un certo punto, e i ricordi sono treacherous. Possono tradire, sono inaffidabili. E proprio riguardo al suo passato, verso la fine dell’albo, Batman gli chiede che cosa lo abbia reso quello che è. Joker risponde di non esserne sicuro. “A volte me lo ricordo in un modo a volte in un altro” – dice – per poi concludere così: “Se proprio devo avere un passato, preferisco avere più opzioni tra le quali scegliere”. Nel film di Nolan, infatti, Joker non fornisce alcuna certezza sulle sue origini, racconta a tutti storie diverse su come si è procurato le cicatrici che gli conferiscono il suo inquietante sorriso, storie che per lui sono tutte vere. Phillips fa un’operazione ancora più radicale insinuando il dubbio che – forse - il film tutto, polarizzato (in senso gardiesiano) su Arthur Fleck, sia solo una sua ipotesi mentale, immaginaria, una delle opzioni possibili che spiegherebbero l’origine di Joker.
furboricattatorio, dunque, Joker è un film complesso, in grado di rendere omogenea e credibile la propria eterogeneità interna: Cinecomic, Film d’Autore, Mind Game Movie, Grande Prova d’Attore, cinefilia implicita (Taxi Driver, Re Per Una Notte, Arancia Meccanica) ed esplicita (il solo momento/luogo in cui Arthur ride giustificatamente è al cinema, guardando Tempi Moderni), Phillips riesce ad amalgamare tutto in qualcosa di compatto e di coerente, capace di intrattenere diverse tipologie di spettatori, qualcuno di più, qualcun altro di meno, ma senza scontentare davvero nessuno. Neanche quelli che, legittimamente, sentono puzza di bruciato.