Azione, Criminale

JOHN WICK

TRAMA

Il figlio di un boss della mafia russa gli uccide il cane, dono della moglie appena deceduta, e gli ruba l’auto: non sa che John Wick è un temuto killer ritiratosi dal giro e che non avrà pietà.

RECENSIONI

Inatteso successo per quello che, sulla carta, sembrava l’ennesimo sparatutto con vendetta, veicolo per star, agito su trame consolidate, buono per Charles Bronson e figli illegittimi, déjà-vu anche nel sottogenere killer-ritirato/killer-ritornato. La differenza sta nella messinscena: il regista esordiente (complice il sodale David Leitch), controfigura di Keanu Reeves, coreografo e coordinatore degli stunt d’arti marziali nelle rivoluzioni estetiche dei Wachowski (compreso quel Ninja Assassin richiamato in motivi, tappeto sonoro e allestimento dei duelli), dal cinema asiatico ha compreso che, per esaltare i combattimenti, non bisogna affidarsi ad effetti di ripresa e tagli di montaggio ma a stunt capaci, a coreografie studiate al millimetro, alla creatività e fluidità del balletto da riprendere senza stacchi. E, alla John Woo, si danza: scontri fisici e ad arma da fuoco (ma anche l’automobile come corpo contundente) sono un piacere per lo sguardo, con senso del ritmo impreziosito dal ritualismo (lo “stile”) di un John Wick che, a tutte le decine di opponenti che affronta implacabile, riserva in rapida successione un colpo al cuore ed uno alla testa. Fatta la tara (pesante) di stereotipi e ammiccamenti, il moto è continuo ma si prende il tempo di descrivere un protagonista segnato dal dolore, “romantico”, in cerca di catarsi, misterioso (chi è l’uomo che manderesti ad uccidere “l’uomo nero”?); di elaborare montaggi paralleli (il boss rassegnato); di citare Melville (non a caso, per codice criminale) e “Il ritorno delle gru” (Shibumi) di Rod Whitaker con spunto simile; di onorare un fenomenale gruppo di caratteristi; di curare la figuratività con una fotografia cangiante a seconda dell’ambientazione; di inventare con qualità (l’Hotel Continental, zona neutrale fanta-criminale con deontologia); di rincorrere un registro sospeso fra realismo, fumetto e cartoon, fra l’epico (nella violenza), il surreale (l’hotel citato, la chiesa da riciclaggio) e l’autoironico (il poliziotto che vede i cadaveri e si ritira): un modo per rendere credibile, nonostante tutto, un personaggio dai connotati quasi sovrannaturali.