Drammatico

JOE (2012)

Titolo OriginaleJoe
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2013
Durata117'
Sceneggiatura
Tratto dadall'omonimo romanzo di Larry Brown
Fotografia
Montaggio

TRAMA

In un piccolo villaggio del Texas, Joe Ransom cerca di lasciarsi alle spalle un passato oscuro. L’opportunità gli viene data dall’arrivo in paese di Gary, ragazzino in difficoltà, in cerca di lavoro.

RECENSIONI

Sembra esserci la convinzione, soprattutto in certo cinema americano ma non solo, che per non essere commerciale, quindi presumibilmente in cerca di un affermazione come “autore”, devi occuparti di personaggi sgradevoli che fanno cose sgradevoli. Come se l’alternativa al laccato fosse esclusivamente il ruvido, anzi, ruvidissimo. Se non sei mainstream devi quindi mostrare il peggio. Sull’onda di questa convinzione, che pare motivare molti cineasti in fuga dal blockbuster, David Gordon Green, regista capace di passare dalle commedie Strafumati e Lo spaventapassere a film premiati nei festival come il recente Prince Avalanche vincitore per la Migliore Regia alla Berlinale 2013, adatta un romanzo di Larry Brown ambientato nel profondo Sud degli Stati Uniti.

Il cinema ha il potere di ingigantire e rendere interessante qualunque conflitto, su un archetipo come il rapporto padre/figlio si basa la metà della produzione cinematografica mondiale. Eppure di questi personaggi immersi in un nulla di opportunità e speranza non ce ne importa granché. Certo, si parteggia fin da subito per questo ragazzino sveglio, non si capisce come mai miracolosamente immune al malessere dei suoi familiari (padre violento e alcolizzato, madre assente e devastata, sorella resa muta da una violenza subita), e si percepisce fin da subito che con il burbero Joe sarà intesa a prima vista (il figlio che non ha mai avuto un padre incontra il padre che non ha mai avuto un figlio). Il problema è che la visione di Gordon Green vive di estremizzazioni piuttosto stereotipate.

Una provincia americana così carica e devastata, in cui i personaggi non stonerebbero come zombi nel serial tv “The Walking Dead” e l’alcool sembra essere l’unico rifugio possibile, viene infatti esibita nella sua massima degradazione con un compiacimento discutibile. Si finisce per perdere il polso di casi umani alla fine tutti piuttosto sovrapponibili nell’insensatezza del loro agire, tanto che il calore dell’incontro tra Joe e il ragazzo diventa un approdo fin troppo facile e scontato. Scene madri, urla, sensibilità primordiali, crudeltà gratuite, assenza di consapevolezza, grevità a profusione, si susseguono con monotonia.I dialoghi pronunciati da personaggi che non sbiascicano o barcollano si contano sulle dita di una mano. Il cattivo più cattivo degli altri pare uscire da un libro di caricature. Tutto ciò finisce per essere percepito come una fastidiosa forzatura e contribuisce a creare un distacco nei confronti del sentire dolente e/o disturbato dei personaggi. Per fortuna che Nicolas Cage e il giovane Tye Sheridan (già visto in The Tree of Life e giustamente gratificato, al Festival di Venezia, con il Premio Mastroianni dedicato ai divi del futuro) offrono un'interpretazione sfumata e sentita, ma ciò non basta a rendere digeribile, soprattutto necessario, l’ennesimo ritratto di provincia disperata e disperante.