Drammatico

JE VOUS SALUE, MARIE

Titolo OriginaleJe vous salue, Marie
NazioneFrancia
Anno Produzione1984
Durata72’

TRAMA

Maria, giocatrice di pallacanestro che lavora in una stazione di servizio, riceve l’annuncio del concepimento divino da parte di un angelo.

RECENSIONI

È preceduto dal cortometraggio Il libro di Maria, che ritrae Maria sofferente per l’imminente divorzio dei genitori: girato dalla compagna di Godard, è abbastanza banale nel descrivere la crisi adolescenziale. Parte con dialogo letterario fuori campo e sguardo sulla città di Ginevra in stile Marguerite Duras, ritrae Maria mentre “somatizza” con un balletto improvvisato le sensazioni che le dà la musica di Mahler, passa per una citazione de Il Disprezzo e si chiude con il dettaglio di un uovo, cellula della vita. Godard, invece, dopo Prénom Carmen continua ad attualizzare miti: attirando le ire del Vaticano, il regista calvinista raffigura Dio come un essere prepotente, “vampiro” che invade l’esistenza normale di Maria (di cui udiamo i pensieri), combattuta fra la gioia dell’anima, nella convinzione che sia questa ad agire sul corpo e non viceversa, e il dolore di un grande amore già consumato, di una sessualità negata, di un rapporto inclinato (sul quale infine Godard si focalizza) con un compagno che non comprende il Mistero. L’autore è interessato alla donna che si rende disponibile per l’amore puro, non alla santità. Se il professore asserisce che la vita proviene dallo spazio e Dio mette ordine nel Tutto con il suo progetto (Maria…), il grande Mistero (cubo di Rubik) si può dipanare se ben guidati: Maria insegnerà al compagno a toccarla in modo “casto”. Godard, invece, raggiunge il divino attraverso la materia: metafisica di un profilmico che rifiuta il fantastico e si appoggia su sguardi e gesti trans-umanizzati (transustanziati) ma mai epici, su di una poesia che sorprende nella soavità dei suoi movimenti “musicali”, composti in modo semplice per essere complessi. Dio è la Natura osservata continuamente con piani ravvicinati che, da “naturale”, la rendono “meravigliosa”; è un Sole, l’autore che invade lo schermo. La purezza, invece, emana dal nudo femminile accarezzato dallo sguardo con naturalezza: un terzo studio sul corpo muliebre, dopo quello seducente di Prénom Carmen e quello “apatico” di Si Salvi Chi Può (la Vita). Ingegnosi i richiami nascosti ai vangeli: secondo Giacomo l’annunciazione avvenne ad una fonte per viandanti (la benzina per le auto); il figlio si nasconde sotto la gonna richiamando il mito di Giona e la balena; c’è la studentessa Eva che morde la mela, ma è lei che sarà “tradita”; l’angelo Gabriele, godardiano perché rozzo e comico, discende con un aereo (una ripresa bellissima); Elisabetta intona il magnificat quando ringrazia Maria in nome di tutte le donne; la frase “Ho visto dell’amore solo un’ombra” richiama l’effetto dello Spirito Santo nel vangelo di Luca (“Ti adombrerà”). Ma l’uomo si riappropria di se stesso: la “schiavitù” di Maria termina con la crescita del figlio di Dio, quando è tempo di mettersi il rossetto (all’inizio, tentata, Maria non aveva compiuto il gesto).

- E' vero che l'anima ha un corpo?
- Ma cosa stai dicendo? E' il corpo che ha l'anima!
- E' molto triste: credevo il contrario.

Maria è fatta di carne e sangue e la Natività senza sesso annunciata dall'arcangelo Gabriele con modi spicci e un po' brutali (rispecchiano una visione di Dio come entità perentoria e risoluta: quando la giovane gli chiede da chi provenga il frutto del ventre suo, Gabriele le risponde: "Non fare l'innocente") le porta incertezze e dubbi. Maria dal ginecologo che le conferma gravidanza e verginità, Maria che non si fa toccare, ma solo guardare da Giuseppe, un fidanzato e poi un marito che decide di accettare questa realtà anomala, ma che, come la sua sposa, rimane essere umano e non rinuncia a cercare di capire. Maria vergine, ma donna con una sessualità in subbuglio, si agita nuda nel letto: "La terra e il sesso sono dentro di noi. Fuori non ci sono che le stelle". Maria che, nel bellissimo finale, una volta che il figlio ha preso la sua strada, mette il rossetto su labbra che si dischiudono occupando l'intero schermo e decide di vivere. Godard "in quel tempo" (en ce temps là) narra la Natività per frammenti e immagini bellissime, concedendo alla pellicola i colori e gli umori primevi di una natura serena e incontaminata, non rinuncia alla provocazione in una rilettura, tenera e sagace, in chiave contemporanea e problematica della Sacra Famiglia; non attenta i dogmi, pur giocandoci con ironia, e incrocia i temi dell'origine del mondo e del significato della vita (parallelamente si seguono le vicende di un professore, che parla di questi temi nelle sue lezioni e sostiene l'esistenza di una suprema mente ordinatrice, e di una studentessa che gli si concede carnalmente). Il Papa si scomoderà e bollerà il film ma la delicatezza del tocco e lo splendore delle immagini durano nella memoria più dell'anacronistico anatema.

Sono un'anima prigioniera del corpo, sono una gioia.