Drammatico

IO NON SONO QUI

Titolo OriginaleI'm Not There
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2007
Genere
  • 66778
Durata135'
Fotografia
Scenografia
Costumi

TRAMA

Il film racconta le vicende di sei personaggi. Ciascuno di essi mette in scena un aspetto della vita o dell’opera di Bob Dylan: Woody, un ragazzino di undici anni sempre in fuga; Arthur, poeta che risponde a domande sulla sua arte; Robbie, un seducente attore; Jude, la rockstar; John/Jack, un idolo folk che si converte; Billy, famoso fuorilegge._x000D_

RECENSIONI


Come si racconta al cinema un personaggio-simbolo del Novecento? Come se ne rende la complessità? L'evoluzione e i cambiamenti del suo percorso esistenziale ed artistico? Soprattutto: come si aggirano i parametri della Biografia perseguendo finalità in tutto simili? Haynes lo fa alla sua maniera e, travestendo l'oggetto della sua indagine, individua sei tracce fondamentali, le sviluppa autonomamente, le mescola. Il procedimento non è molto diverso da quello utilizzato in Velvet goldmine, cambiando però la struttura e l’impostazione del lavoro (lì il modello à la Citizen Kane esauriva la questione)[1]: se in Velvet era un intero movimento musicale (e di costume) a essere indagato e sviscerato, poco rilevando la precisa identità dei protagonisti, che non era necessario riconoscere (alcuni erano sintesi di diverse persone, espediente ripetuto anche in questo film) in I’m not there, al contrario, l’oggetto dell’analisi - Bob Dylan uomo-artista -, viene scomposto, germinando sei creature ipotetiche. Haynes dunque, chiedendosi dove sia il vero Dylan si risponde che è in tante cose, ché Dylan stesso è stato (ed è) molte cose, che la sua essenza non la si afferra mai per intero, che quando si pensa di averla colta ci si accorge che non è lì, non del tutto almeno; Haynes ci dice che l’unico modo per rendere la vita del Mito è dilaniarla, smembrarla. Scorrere la storia esistenziale di Dylan significa squadernarne tante diverse: vere, possibili, presunte (cfr. Klimt di Ruiz); l’autore insomma vuole reinventare il musicista, offrirne una lettura del tutto personale, non esaustiva, volutamente parziale, sentimentale, impressionista e lo fa fuggendo le logiche tradizionali del biopic (e forse per questo ha ottenuto, per la prima volta, il beneplacito di Dylan) avendo, le sei tracce, forme, narrative e stilistiche, differenti: si va dalla favola alla Twain del piccolo Woody (Dylan viaggiò realmente alla ricerca del suo idolo Guthrie), all'intervista televisiva di Arthur (Rimbaud fu un'ispirazione per il cantautore) che raccoglie citazioni letterali di interventi di BD; al documentario/inchiesta (Jack che diventa il pastore John, durante il controverso periodo della conversione evangelista) con dichiarazioni dei protagonisti di allora (Julianne Moore è ovviamente la Baez); ancora: il dramma sentimentale dell'attore Robbie (il personaggio del film che interpreta, Rollins, non è altri se non Bale-Robbins, tanto per avvitarsi ancora un po'), il picco grotesque rappresentato dagli eccessi dell'androgina rockstar Jude, fino al bizzarro scorcio del Missouri di Billy The Kid che reincontra Pat Garrett e, scappando su un treno, rinviene la custodia della chitarra di Woody che si era vista nell’incipit, a chiudere il cerchio. Inventivo e brillante in più momenti, il regista non riesce a evitare il maestoso annegare di tante belle intenzioni/intuizioni (la rappresentazione dei Beatles è folgorante) in un celebrativismo unilaterale e in una contratta quanto affascinante sarabanda di immagini false e reali, moltiplicazione di voci, universi immaginari che si intrecciano a filmati e foto dell’epoca della contestazione (Nixon - il Vietnam – Johnson – gli studenti etc etc) e trascurabili baracconate. Il troncone più convincente, quello di Jude/Blanchett, riprende esplicitamente 8 12 (con tanto di citazione dell'incipit onirico del capolavoro felliniano) narrando del tradimento ("Giuda!" si griderà a... Jude) del cantautore che, imbracciando la chitarra elettrica per cantare Like a rolling stone, sembrava voltare le spalle al suo passato di folksinger. La sezione ricalca Fellini in maniera esplicita, non riferendomi soltanto alla suddetta citazione e all’uso delle musiche del Casanova, quanto al modo in cui viene rappresentato il rapporto tra l'artista e la critica (il misterioso Mr Jones di Ballad of a thin man, che viene messa in scena in uno straordinario videoclip che è forse il picco del film, si incarna nel personaggio del giornalista interpretato da Greenwood) , il modo in cui la stampa affamata di certezze (non è cambiato nulla da allora) chiedeva al musicista di rendersi leggibile e riconoscibile, nodo che qualunque artista che decida di seguire la propria strada, in barba all'immagine consegnata agli ammiratori e agli addetti ai lavori, deve prima o poi affrontare. E che ossessionava lo stesso Anselmi/Fellini.
Haynes, come in Velvet goldmine, si lascia però prendere da un tono serioso che contraddice la scelta stilistica alternativa e, nel complicato dedalo dei cambiamenti esistenziali e artistici di Dylan, perde un po’ la bussola, I'm not there essendo film che funziona bene nel frammento, a volte sfavillante, ma che convince molto meno se considerato come quadro d'insieme. L’impressione è che il regista rimanga, tentennante, a mezza strada, non uscendo completamente dai meccanismi del film biografico e sostanzialmente soggiacendovi, anche se con una vivacità e un’originalità degna di nota: la traccia con Ledger è in questo senso quasi canonica (Simple twist of fate era contenuta nell'album in cui Dylan parlava del suo divorzio e accompagna con ovvietà le immagini in cui Robbie ricorda i momenti vissuti insieme alla compagna; Sad-eyed lady of the lowlands, canzone-suite che occupava la quarta facciata di Blonde on blonde - Il Disco Di Bob Dylan -, era dedicata a Sara[2], coniglietta di Playboy qui trasformata nella pittrice francese interpretata dalla Gainsbourg, ed è lo sfondo musicale della scena in camera-car con Claire che saluta le bambine etc); insomma, per quanto Haynes voglia destrutturare la materia e perdersi/farci perdere nell’Oceano Dylan il criterio che segue non si distacca molto da quello di un Oliver Stone quando narra di Morrison in The doors: in fondo usare la musica e i testi come traccia da seguire è scelta non meno prevedibile e consequenziale di quella di un rispettoso riportare i fatti secondo un criterio cronologico qualsiasi. Quando Haynes tenta la carta visionaria, poi (la parte con Gere, il suo arrivo a Riddle, sconvolta dai due suicidi - il custode dello zoo e la ragazza nella bara -), non riesce ad andare oltre una rappresentazione codificata e tutto sommato scontata di un immaginario bolso nel quale si colloca l'archetipo Billy The Kid (aka: la rockstar che invecchia). Haynes, dunque, ci consegna un film ampiamente imperfetto ma nondimeno personale e fuori dagli schemi che si pregia, tra l’altro, di scelte del repertorio dylaniano tutt'altro che scontate (non sentiamo Blowin’ in the wind...), e similmente a quanto avvenuto con Velvet godmine si affidano a diversi artisti (tra cui Yo La Tengo, Calexico - anche in duetto con la stessa Gainsbourg -, Sufjan Stevens, Cat Power, Eddie Veder, Mark Lanegan e molti altri) diversi brani; la title track (mai uscita in disco ufficialmente) è reinterpretata dai Sonic Youth, Knocking on heaven's door si ascolta dalla voce di Antony, solo nei titoli finali.

[1] Curioso che questo film esca nello stesso anno in cui un'icona del glam come Bryan Ferry pubblica un album di cover del cantautore, Dylanesque. Del resto Dylan marchia le origini del movimento se si pensa alla scelta del nome d'arte del leader dei T-Rex, Marc Bo(b Dy)lan.
[2 ] Stayin' up for days in the Chelsea Hotel,/Writin' "Sad-Eyed Lady of the Lowlands" for you (Sara, BD - 1975). Ma è da rinvenirsi nella figura della Gainsbourg anche quella della fidanzata Suzie Rotolo (la donna a braccetto di Dylan nella famosa copertina di The freewheelin’, riprodotta in una sequenza) secondo lo schema di sintesi caro al regista. La bionda Coco (episodio di Jude/Blanchett) è senz’altro Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol, compagna di BD, che per lei scrisse Just like a woman (citata esplicitamente in un dialogo). A lei è dedicato il film Factory girl, di George Hickenlooper, interpretato da Sienna Miller.
Forse è il caso di ascoltare il consiglio del regista (risolutamente abbottonato su tutti i punti in questione) e abbandonarsi al flusso delle suggestioni senza cadere nel giochetto del chi-è-chi ma rimane l’impressione che questo, come Velvet goldmine, sia un film che presuppone molto e che viene fruito al meglio da chi è al corrente della materia ed è in grado di cogliere, nel convulso affresco, ogni riferimento (a proposito: un’amica-fan mi segnala che il ragno che si vede mentre Jude scrive a macchina è un riferimento a Tarantula, primo libro pubblicato da Dylan, 1966)

“Inspired by the music and the many lives of Bob Dylan”. I’m not there è la scrittura del caos. Lo firma Todd Haynes, che ancora una volta dobbiamo ringraziare: cervello luminoso e sperimentatore ardito, tra i pochi in grado di rendere solida e toccante una semplice operazione. L’idea e il calcolo brillano palesi: lo erano in Lontano dal paradiso, tra i film più belli degli ultimi anni (non facile da vedere, dato che lasciava il cuore in fibrillazione), e lo sono in questo ritratto di artista eversivo e anarcoide. Chi è Bob Dylan? Cosa rappresenta? E soprattutto: chi se ne importa? La scelta di azzerare tali quesiti e fuggire la banale realtà dei fatti è la corazza di acciaio che avvolge un massiccio anti-biopic: Haynes e il co-sceneggiatore Oren Moverman, in condizioni creative sfrenate, scivolano nella testa del leggendario cantautore, si guardano attorno e descrivono ciò che vedono. Secondo loro: non c’è rincorsa all’oggettività fuorviante, niente reverenziale omaggio al mito e ancora meno lusinghe alla platea. Il film non ci coccola, non dice affettuosamente ciò che sarebbe gradevole sentire ma scuote, sposta costantemente i punti di riferimento, esce dalla celebrazione rettilinea per ingrandire i tornanti problematici: tra questi l’adolescenza raminga, la spaccatura coniugale, il voltafaccia sociale, l’abuso di farmaci, la crisi mistica, l’eremitismo senile. Dylan non è precisamente niente di ciò, ma tutto insieme: moltiplicarlo all’infinito è l’unico modo per concedere respiro a ogni sua sfumatura e lui ha apprezzato apertamente il risultato finale. Sullo svolgimento, naturalmente per il regista, nulla da eccepire; avvolgenti sequenze in campo lungo si alternano con squarci visionari, pennellate astratte su tela, immagini a goccia che si perdono e ritrovano, scene memorabili depositate nella memoria (due su tutte: il bimbo nero sottacqua, l’evacuazione finale della città). Tra colore e bianco/nero, stralci nitidi e immagini sgranate, fotografie fake e testimonianze fasulle – con gustoso trucco filologico interpretato da Julianne Moore -, se non tutte le incarnazioni dell’ego riscuotono lo stesso effetto smarrente (in particolare, suona debole il predicatore di Christian Bale) e la tempesta visiva colpisce con alterna durezza, tutto è infiocchettato da recitazioni amabili e basta: semplicemente mostruosa la prova di Cate Blanchett, una creatura androgina che fa Bob Dylan (!!!) più di tutti gli altri, avvince e sconvolge, non da oggi nella rosa delle migliori in assoluto (per una volta, ogni alloro è dovuto). Una biografia mentale di granito, indefinibile quindi doppiamente fascinosa, furiosamente attorcigliata alla sua parola chiave: il caos.

Todd Haynes non è nuovo alla sperimentazione. Per restare alla penultima opera, con Lontano dal paradiso ha reinventato il melodramma, copiando uno stile classico e raggelandolo in un contenitore formalmente ineccepibile ma senza sudore e lacrime. In pratica sembra di vedere un film degli anni '50 restando, però, impassibili. Ciò non toglie che il tentativo di dare nuova vita al "genere" sia riuscito, con un risultato apprezzabile sia da chi conosce e ama i film di Douglas Sirk, sia da chi il celebre regista americano non lo ha mai sentito nominare. Il nuovo progetto è altrettanto ambizioso (ma molto meno riuscito) e punta a raccontare Bob Dylan. Non una biografia tradizionale, lo stesso Dylan non avrebbe concesso i diritti delle sue canzoni a quanto si legge, ma il tentativo di arrivare all'anima del personaggio. Come a dire, la poesia prende il posto della prosa. Le nobili intenzioni passano attraverso la scelta di dare vita al cantante per mezzo di sei attori diversi che connotano Dylan in sei differenti periodi della sua vita. C'è il bambino nero Woody che vaga per gli Stati Uniti su un carro bestiame, il poeta Arthur, il pastore di una comunità Jack, l'attore sciupafemmine Robbie che trascura la mogliettina francese, la cantante Jude, e l'enigmatico Billy (enigmatico nel senso che non si capisce bene chi sia e ove sia collocato temporalmente). Il tutto fuso in un interminabile collage dove i vari segmenti si intersecano provando probabilmente a dialogare tra loro, con le canzoni di Dylan e con lo spettatore. Il probabilmente deriva dall'impossibilità, per chi non conosce Dylan, la sua storia e la storia dell'America, di trovare appigli a cui aggrapparsi per poter afferrare il personaggio o qualche suo frammento. Per un gioco di questo tipo due ore e un quarto sono davvero troppe e il rischio più grande non è tanto quello di non portare Dylan alle masse attraverso una biografia tradizionale (nessuno da Haynes voleva o si aspettava una biografia tradizionale), ma di puntare esclusivamente a chi conosce già il personaggio. Tra l'altro con un po' di spocchia, come nei giochetti in cui Julianne Moore interpreta, si dice, Joan Baez, in una finta intervista girata ovviamente con taglio documentaristico. Non si capisce, poi, perché risulti necessario suddividere il personaggio in sei quando in alcuni casi (quello della Blanchett è il più evidente, ma anche il pastore interpretato da Christian Bale) il personaggio è truccato proprio per assomigliare a Bob Dylan. Ma se è l'anima perché deve assomigliare a Dylan? La cosa buffa, o bizzarra, o tragica (dipende da punti di vista e aspettative) è che vedendo il film senza leggere alcuna recensione o intervista o articolo di giornale, si rischia di non capire che racconta Bob Dylan. Per un film che punta direttamente all’anima del famoso cantante non è proprio il massimo!