Horror

INSIDIOUS

TRAMA

Il figlio di una giovane coppia va in coma in seguito a una caduta. Ma la caduta non c’entra niente. E non è in coma. Serve una medium…

RECENSIONI


Insidious ha tutta l’aria di una scommessa, una cosa tipo: “quanti cliché si possono mobilitare senza scadere nel ridicolo?”. Si tratta, infatti, di un demonic possession movie derivativo fino al midollo, nel quale convergono cifre e stilemi di immediata riconoscibilità, con il déjà vu che permea forma e contenuto senza soste e senza pause. Da un punto di vista tematico, basti citare Poltergeist, Amityville Horror, Patrick fino ai più recenti Paranormal Activity (produce Oren Peli) o The Hole di Dante (il pre-finale è un copia-incolla) per farsi un’idea. Ma stiamo citando quasi a casaccio, ché qui abbiamo davvero il grado zero dell’horror demoniaco, con porte che scricchiolano e si aprono (“da sole”, ça va sans dire), tende che svolazzano, medium, sedute spiritiche, oggetti che si muovono e apparizioni mostruoso/grottesche. C’è anche il diavolo in persona, con tanto di zampe di caprone (e volto di Darth Maul, con effetto piuttosto bizzarro). James Wan non può che cucinare pietanze del genere con armamentario registico adeguatamente rétro, a base di improvvisate visive e subitanee impennate audio, ma bisogna anche riconoscergli una certa raffinatezza d’insieme. Alcune sequenze sono molto ben congegnate (il long take in apertura), finanche originali nella ricerca dello “spavento” (la dialettica fuori/dentro la camera da letto nella camminata della presenza) e in alcuni casi si accenna la metafisica horror in odore arty (la parte finale nell’altrove, dove si disegnano quadretti hopperiani virati al dark).


Questo generico senso della misura, tu chiamala - se vuoi - eleganza, trova la sua dichiarazione d’intenti già nei titoli di testa, sui quali, a seguito del bel piano sequenza firmato (“James Wan” scritto sulla lampada, poi capovolta con marcato movimento di macchina), si succedono una serie di quadretti fissi, in b/n, che mobilitano l’attenzione dello spettatore per il dettaglio: la caccia è infatti al particolare horror classico e (in)significante (un’ombra, un lampadario che ondeggia) quasi sempre invisibile a un primo sguardo distratto, e ci prepara, in un certo senso, al “lavoro attentivo” sul profilmico a seguire. Si tratta di un buon incipit/sineddoche per un film che farà del recupero dei cliché riutilizzati con garbo la propria raison d'être. Non mancano, poi, i siparietti comici che però non svuotano di tensione il tutto (i due improbabili ghostbusters, uno dei quali è lo sceneggiatore Whannell) né le trovate perturbanti di vaga derivazione lynchiana (la maschera antigas della medium) che ci stanno tutte pure quelle. Infine, impossibile non notare come la coppia responsabile del primo Saw (Wan-Whannell), sdoganatrice dell’ultragore da multisala, stavolta rinunci sistematicamente a qualunque accenno splatter in favore del brivido old skool, ottenuto con buona frequenza. Simpatiche le autocitazioni pseudoautoriali, con la già ricordata presenza di Whannell nel cast e il nome del regista scritto sulla lavagna del professore, sopra al disegno del pupazzetto di Saw.