Commedia

IN VIAGGIO CON JACQUELINE

Titolo OriginaleLa vache
NazioneFrancia
Anno Produzione2016
Genere
Durata91'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Il contadino Fatah riesce finalmente a ottenere l’invito a partecipare al Salone dell’Agricoltura di Parigi con la sua mucca Jacqueline. Intraprende così un lungo viaggio dal suo villaggio algerino alla volta della capitale francese. A piedi, con mucca al guinzaglio.

RECENSIONI


Questa commedia “post-coloniale” e post-Charlie Hebdo è un road movie a piedi con un leitmotiv di spensierata prossimità franco-algerina che avviene attraverso i sodalizi occasionali che si sviluppano durante un viaggio, ma anche con la scoperta di cognati residenti in Francia sposati con donne francesi («è anche bionda!») o di compaesani che, vuoi per amore, vuoi per il permesso di soggiorno, flirtano su Skype, sempre con donne francesi («moi aussi, je suis Charlie» s’intromette a specificare Fatah, «qui lo siamo tutti» aggiunge l’amico).
Percorrere un tragitto, soprattutto a piedi, con il più ingenuo e innocente degli scopi, diventa un’opportunità di reciproca conoscenza senza pregiudizi, specialmente perché Fatah dice tutto quello che pensa. O quasi. Per esempio non sa parlare né scrivere d’amore a sua moglie, e riserva certamente più parole affettuose alla mucca (francese) Jacqueline. Il nobile decaduto e single non per scelta Philippe (Lambert Wilson), che lo aiuterà nell’avventura e nelle disavventure, lo sprona a un linguaggio più suadente: ne risulta che i francesi sono più bravi a parlare d’amore, ma gli algerini conservano meglio il nucleo famigliare e sono il miglior antidoto alla depressione, perché non sanno cosa sia. Fra l’idealismo dei primi e la schiettezza dei secondi, sembra prodursi l’accoppiata migliore, seconda solo a quella agreste che lega il bravo contadino alla sua brava mucca.
Questa commedia naïf che giunge in un periodo di forti tensioni politiche e culturali è piena di buonumore e ogni tanto fa anche sorridere, non per le gag, il più delle volte davvero deboli e risapute, ma per la spensieratezza con cui tuttavia sceglie di non problematizzare situazioni che però nemmeno ignora, risolvendole con l’occhio del bambino che semplicemente non vede motivo di scontro, al massimo piagnucola. Non glielo si può rimproverare perché gode della convenzione del genere e non manca poi di autoironia, che rende sempre solidali. Non manca neanche di una certa cinefilia: a parte la dichiarata ammirazione del regista per il David Lynch di Una storia vera, vediamo il protagonista commuoversi davanti a La vacca e il prigioniero (1959), con Fernandel e la sua mucca Marguerite, e nel suo semplice commento «è fatto proprio bene» c’è un chiaro tributo alla Francia e al suo cinema (ma, nel dubbio, si arriverà comunque a un “vive la France” finale), da parte di un algerino che ha appena detto di sé «sono troppo sensibile per essere una arabo».
Insomma, un film simpatico e con tutte le carte in regola, del cui sviluppo si intuisce già tutto dalla locandina.
La fotografia rischiara il villaggio rurale in Algeria e l’intero percorso di Fatah in modo quasi irreale, rendendo l’immagine conciliante, come i contenuti.
Le musiche del libanese Hibrahim Maalouf sono in pieno spirito gitano, esprimono lo spirito della terra d’origine e il movimento verso altre terre, privilegiando la tromba, strumento d’elezione del compositore.
Lambert Wilson (il fu Merovingio di Matrix Reloaded e Matrix Revolutions, 2003) è un fascinoso francese attempato e depresso, Fatah parla tantissimo, suo cognato è più omertoso, ma tutti e tre sono buoni e sinceri.
E Jacqueline è effettivamente una bella mucca.