Drammatico

IN THE MOOD FOR LOVE

Titolo OriginaleIn the mood for love
NazioneHong Kong
Anno Produzione2000
Durata98'
Sceneggiatura

TRAMA

Chow e Li-zhen si trasferiscono in appartamenti adiacenti. Quando soprono che i rispettivi coniugi li tradiscono l’uno con la moglie dell’altra inizieranno a frequentarsi sempre più spesso, immersi nella Hong Kong degli anni ’60, cercando paradossalmente di non destare sospetti con gli invadenti padroni di casa, sognando una rottura che li porti via insieme.

RECENSIONI

Quest'amore è una specie di mostro, bello, bellissimo ma mostruoso per la sua tragica ironia di scherzo del destino, due persone che si attraggono e sarà il tradimento, la sofferenza per l'amore perduto ad avvicinarli. E poi tragedia di un amore che non avrebbe dovuto essere ma che invece è stato, solo che nessuno se lo aspettava e sovverte, rompe, ferisce, allontana, sgretola, porta via. Immaginate tutto questo rivissuto, rivisto da dietro un vetro polveroso, come racconta una voce fuori campo alla fine di tutto. 
Una serie di sguardi brevi, rapidi e contorti, filtrati, distorti, rotti e poi ricomposti da tanti riflessi che li riconducono a noi spezzati, malconci, fugaci e bellissimi, finti come deve essere il cinema, meravigliosamente plastici, scolpiti sulla pellicola come deve essere il grande cinema., una serie di glaciali fotografie che si agitano, rallentano, scompaiono e ricompaiono in un altro momento, sotto una luce diversa, o sotto la pioggia. E se qualcuno dovesse ancora, per caso, tirare il ballo una certa estetica da videoclip nei confronti di Wong Kar Wai, dimostrerà soltanto di non aver capito proprio nulla dell'essenza di questo meraviglioso strumento di riproduzione dell'immagine che è il cinema. Per fortuna ogni tanto arriva qualcuno, un Kar-Wai, un Michael Mann, un Sokurov, a ricordarci fin dove il cinema può spingersi. 
Allora vetri polverosi, specchi, Kar Wai reinquadra tutto, pone una serie di ostacoli allo sguardo frammentandolo all'interno di inquadrature che rimbalzano da uno specchio all'altro, che incastrano volti e corpi, a volte brandelli di corpi, oggetti all'interno di figure plastiche che decostruiscono spazi e tempi filmici fino alla dispersione, in un continuo e infinito spostarsi di ogni punto di riferimento, muovendosi dentro spazi angusti, riesplorati ogni volta dietro l'opacità di un ricordo doloroso, attraverso lo smuoversi lento di due corpi incastrati nell'incertezza di una situazione delicata e fragile, a tratti ostile, pericolosa. 
Incontri fugaci, come amanti colpevoli, per le strade piovose di una Hong Kong fragile e politicamente inquieta, senza che mai la luce del sole appaia a rischiarare, sempre soffocati da muri, corridoi, stanze, scale, uffici, notti, fumo che scorre lento e disperato, come il corpo sinuoso di Maggie Cheung che sfila e rallenta, sottolineato da musiche splendide, magari riuscendo a ricreare quel momento di epica austerità che tanti kolossal hollywoodiani ricercano ossessivamente cadendo immancabilmente nel ridicolo. 
Un melodramma terribilmente scarno, costruito intorno a due personaggi drammaticamente condannati all'isolamento, alla perdita, che si incontrano solo nel momento in cui si manifesta l'assenza dei propri compagni, presenze invisibili e nascoste ma pur sempre forze motrici dell'azione. Due personaggi che si inseguono e si respingono impauriti, che non si scoprono mai davvero del tutto, giungendo a una separazione inevitabile che culminerà nell'unica sequenza girata in esterni, nella quale Tony Leung, ormai solo e lontano in un monastero della Cambogia, confida i suoi segreti a un albero secolare, rinchiusi dentro a un buco che forse li soffocherà ma che li conserverà davvero per sempre. La separazione sembra provvisoria, intaccata dagli ultimi timidi e disperati tentativi di rovesciare il destino, tentativi fatti di tracce di rossetto, telefonate mute, incontri mancati, indizi incerti e una porta chiusa che rimarrà tale.
Tony Leung (miglior attore allo scorso Festival di Cannes) e Maggie Cheung sono strepitosi, bellissimi e glaciali. I lineamenti austeri di Leung sono perennemente offuscati dal fumo delle tante sigarette mentre i magnifici vestiti di Maggie Cheung oltre a fasciarne il corpo meraviglioso sembrano scandire i tempi del racconto più dell'orologio che viene inquadrato di tanto in tanto: quando il vestito cambia da un'inquadratura all'altra ci accorgiamo che forse (forse) è passato un altro giorno.
La colonna sonora è straniante e vive di motivi ricorrenti fascinosissimi. Per quanto riguarda la fotografia diretta da Cristopher Doyle e Mark Li Ping Bing temo non ci siano parole appropriate per descriverla. Il talento visivo di Kar Wai sembra oggi paragonabile soltanto a quello di Sokurov, mentre la sua abilità registica sembra quasi inarrivabile.
Una sequenza: Li-zhen interroga un uomo di spalle sul suo presunto tradimento. Lui dopo qualche esitazione ammette e lei lo colpisce, piano. La macchina da presa svela l'identità dell'uomo, non può essere che Chow, è soltanto una prova in attesa del confronto con i coniugi "veri". Riprovano la stessa scena da capo, ancora una volta, fino a che Li-zhen piange, si spaventa, nel momento in cui la finzione rischia di assumere i contorni tragici della realtà. Chow interviene per consolarla:

Difficile parlare di "IN THE MOOD FOR LOVE", tutto costruito sui gesti, sui silenzi, su un non-detto esplicativo piu' di mille parole, sull'intensita' degli sguardi e la pregnanza dei dettagli, su atmosfere sospese e significative. Tentare di descrivere l'operazione che il regista riesce a compiere in questo film significa, in qualche modo, limitarla, sminuirla, intaccarla. La rappresentazione del sentimento purissimo che vivono i due protagonisti, dell'incontro delle loro anime, viene solo suggerita, si manifesta con cio' che s'intuisce esservi fuori dall'inquadratura, si nutre di minuziose analisi di particolari, di rinvii, ritorni di discorsi e comportamenti. E' un equilibrio delicatissimo quello su cui si regge la meravigliosa tessitura dell'opera, raffinata escursione nei meccanismi dell'amore e della perdita. Difficile parlare di un film come questo, gioiello lucente che non va appannato con il fiato ma goduto ad occhi aperti e cuore spalancato, conservato nello scrigno della nostra memoria cinematografica. Kar Wai, in stato di grazia ineffabile, affida ad immagini portentose le emozioni dei protagonisti, fa un uso superbo delle dissolvenze, dei ralenti, della struggente musica di Galasso, dei corpi degli attori, infilando una serie di quadri di valore inestimabile: spazi incorniciati, colori saturati, le volute di fumo di una sigaretta, figure intravviste nella smerigliatura di un vetro. Ci tocca dentro e ci fa credere che anche questa e' una stagione al cinema che non passa invano. Difficile parlare di un film come questo. Una volta tanto lo si guardi e basta: chi non lo amera' da subito esca dalla sala o taccia per sempre.

In due appartamenti confinanti, due coppie di coniugi, due tradimenti (incrociati), due storie d'amore extraconiugale. Ma anche due sessi (ovviamente!), due ambiti (quello pubblico, "politico", rappresentato tanto dalle vicende internazionali quanto dalle riunioni di amici e vicini, e quello privato, chiuso tra le pareti di una camera da letto), due culture (l'orientale e l'occidentale, rappresentate rispettivamente dalle canzoni cinesi e dal tango), due oggetti rivelatori (la borsetta e la cravatta), due luoghi principali dell'azione (Hong Kong, emblema di fedeltà, sempre in primo piano, ed il Giappone, simbolo di tradimento, mai mostrato direttamente), due livelli narrativi (la "realtà", o finzione di primo grado, ciò che effettivamente accade ai personaggi, e la "finzione" di secondo grado, lo psicodramma messo in scena dai due coniugi traditi, che tentano di immedesimarsi nei rispettivi rivali). La logica binaria caratterizza ogni filo del tessuto drammatico: "In the mood for love" è opposizione e simmetria, distinzione e fusione, ordine e disordine. Inizia con un doppio trasloco, rumoroso e caotico come l'universo al momento della Creazione, e termina nel silenzio secolare di un tempio in rovina, espressione di una serenità, di una separazione faticosamente conquistata. Tutto è destinato a ripetersi: il rapporto tra vicini è avviato da uno scambio di favori (una pentola a pressione portata dal Giappone e una pila di libri dati in prestito); il capo della protagonista disdice due appuntamenti erotici (con la moglie per stare con l'amante, poi viceversa); alla fine, entrambi i proprietari degli appartamenti contigui decidono di traslocare (all'inizio del film entrambi, in seguito al matrimonio di un figlio, avevano una camera pronta ad essere presa in affitto). E lo spettatore deve ripetere il percorso seguito dai personaggi nel tentativo di scoprire la verità sui rispettivi coniugi: deve cioè mettere insieme i tasselli del puzzle, confrontare gli indizi, verificare gli alibi, se vuole comprendere il significato di quello che sta vedendo. In fondo anche quello personaggio/spettatore (più in generale, opera/lettore) è allo stesso tempo un rapporto di opposizione e di congiunzione: da fronti opposti (lo schermo e la sala), devono collaborare per costruire il senso (uno dei possibili sensi) del film. Forse è per questo motivo che "In the mood for love", affascinante ma alquanto arduo e dall'apparenza spesso fredda, cerebrale, risulta alla fine tanto stimolante: non parla solo di sé, parla di tutti i film che abbiamo visto, parla di noi. Possiamo non sentirci lusingati?